Notting’s Mimosa!

Ciao Notters 🙂
Eccoci con il quarto racconto “Racconto Mimosa” di Notting Hill Books 🙂
Oggi è con noi la bravissima Giuliana Guzzon che ci presenta la sua storia al femminile!
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PresunteStorie

di
Giuliana Guzzon

Sara di parole ne conosceva tante, conosceva la tecnica per gestirne il fascino.
Ascoltava il suono dei pensieri per non sentirsi sola.
Di gesti ne conosceva pochi, pensando potessero bastare.
Viveva nella finzione di essere felice, imprigionata nei ricordi che usavano la sua voce e il suo cuore.
Un giorno scelse due occhi in cui guardare, mischiando le passioni e cancellando gli umori tristi, lasciando sfogare gli impulsi.
Fingeva di non averla un’anima, smaniosa di correre più veloce, pensando che poteva scegliere di non perdersi. Ma si sbagliava.

Rebecca cercava la resurrezione e nelle tenebre la certezza.
Due occhi non bastavano a dare un senso a ciò che vedeva se oscuravano la ragione con fatuo ardore o immenso dolore.
Scelse di non mangiare più le unghie, ma mangiava i pensieri, li divorava, trascurando i reali bisogni che un’anima potrebbe avere.
Non voleva chiedere aiuto, rimanendo rilegata a quel perimetro che era la sua stanza, la sua aria conosciuta e respirava dei suoi respiri.

Sonia, rispecchiando il proprio nome, sognava.
New York, Toronto, Sidney, ma anche Parigi, Berlino, Londra. Tutti posti segnati sulla sua mappa geografica, che durante gli anni di scuola aveva sempre ignorato.
Aveva scelto la libertà, l’aveva scelta prima che qualcuno potesse minacciarla.
Si era imposta di realizzare i suoi sogni, di inventare il suo destino, perché a non farlo avrebbe tradito gli anni passati ad aspettarlo.
Non smetteva di guardarli quei luoghi lontani, fino a plasmare immagini ordinarie in opere di perfetta armonia. E in armonia trovò nuovi occhi in cui viaggiare, perché anche senza muoversi, avrebbe camminato.

Giulia si strusciava sul soffitto sospesa nell’aria di non appartenenza al mondo. S’abbandonava al suo sguardo riflesso nello specchio vicino al letto, dicembre, un mese ancora da passare intero, angoscia che le stringeva la pelle, la gettava nel mondo dal quale lei cercava di fuggire, penetrata da pugnali di inutile realtà.
Presa a contare le ore prima di una nuova scia di luna pallida, cercava dolcezza con le mani sul suo corpo. Nelle lenzuola, attimi di estasi sfumata.
Creatura nuda che abbandonava la pelle a momenti di piacere auto inflitto per sentirsi ancora viva, per perdersi in orgasmi solitari, amandosi.

Soledad amava l’azzurro; il mare e il cielo.
Le piaceva avvicinarsi a diverse figure e se una la faceva stare male la sostituiva con un’altra.
Continuava ad affascinarsi di uomini che sceglievano di non amarla, cercando di conquistarsi l’amore di chi non avrebbe voluto offrirle niente.
Come sul foglio bianco dei poeti aggiungeva ali ai sogni.
Raccontava il mare, il suo mare, con tutti gli odori dei suoi umori, sparsi su un lenzuolo immenso, ma non lasciava traccia in quella sabbia, che resa l’anima, non conservava la sua presenza.

Potrei continuare. Ogni vita racconta la sua storia, la fa vivere nei respiri in cui l’eterno sposa l’attimo e fa nascere il destino. Quando si esiste tutto è famigliare.

Le donne combattono, amano, si spaventano, soffrono, rinascono e lo fanno all’infinito.

 

[Giuliana Guzzon]

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Che ne pensate? 🙂
Ditecelo votando il racconto e condividendo la storia di Giuliana!

Naty&Julie ❤

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Notting’s Mimosa!

Ciao Notters 🙂
Siamo molto felici di presentarvi il terzo “Racconto Mimosa” di Notting Hill Books 🙂
Torna a farci compagnia la bravissima Melissa Pratelli.

scrive

divisorio

Saving Celeste

di
Melissa Pratelli

 

Celeste è la mia migliore amica.
La nostra è quel tipo di amicizia che non si perde nei meandri del tempo ma si fortifica col passare degli anni. Abbiamo condiviso insieme gioie e dolori, soddisfazioni e delusioni, sogni e ambizioni.
A 10 anni volevamo diventare prime ballerine per indossare dei bellissimi tutù rosa; a 12 volevamo essere chef stellate; a 16 volevamo partire per un giro del mondo zaino in spalla. A 20 anni non siamo né ballerine, né chef, né avventuriere ma siamo ancora insieme, sempre e comunque.
Celeste è una ragazza solare, gentile, ama con ogni fibra del suo essere e vede sempre il buono delle persone. Io sono cinica e diffidente e forse è per questo che il suo fidanzato Andrea non mi è mai andato a genio.
Andrea è di due anni più grande ed è il classico bel tipo tutta apparenza. Celeste lo ama tanto e io l’ho accettato, specie perché lui sembra renderla davvero felice.
Da un po’ di tempo però, la luce di Celeste appare offuscata e questo è bastato a far scattare in me un campanello d’allarme. Ho tentato più volte di indagare, ma lei ha magistralmente glissato sull’argomento. Sono a cena dai miei quando il mistero comincia a svelarsi. Celeste si presenta alla porta, ha gli occhi arrossati, le mani che tremano e un sorriso nervoso. Ha pianto ma non vuole mostrarlo.
Mi scuso con mamma e papà e la trascino nella mia vecchia stanza.
“Cosa succede?” domando a bruciapelo. Questa volta deve sputare il rospo, non accetterò altre blande spiegazioni.
Lei liquida la domanda con un gesto della mano e fa una smorfia quando si appoggia al letto.
“Scusa l’improvvisata” dice, simulando un sorriso, “avevo voglia di un po’ di compagnia.”
“Dimmi la verità. Sono mesi che sei strana.”
Scuote la testa. “Sono solo stressata per l’università, niente di che. Capita, no?”
Lo dice in modo così ragionevole che sono quasi portata a crederle. In fondo, in sessione d’esame siamo tutti un po’ isterici. Come gesto di conforto le metto una mano attorno alle spalle ed è in quel momento che, vedendola sobbalzare, comincio ad intuire la verità.
Non le do nemmeno il tempo di trovare una scusa, le strappo il cardigan di dosso, lasciandole le spalle scoperte. Celeste è piena di lividi, alcuni in guarigione, altri più recenti e mentre io la esamino con l’orrore dipinto in volto, lei fissa il pavimento. Quando mi chino per scoprirle la schiena, si scosta bruscamente e si rimette il cardigan.
“Sono caduta” dice, alzandosi e allontanandosi. “Sono maldestra in questo periodo.” Accenna un sorriso. Io ho già le lacrime agli occhi per la rabbia e il dolore.
“Non osare mentirmi” la avviso. “Non proteggerlo.”
Celeste mi lancia uno sguardo di sfida. “Di cosa stai parlando? Ti ho detto che sono caduta! Cosa vai a pensare, Mia?”
Non farlo, Celeste.“Cazzate! Studio medicina, ricordi?” Abbassa lo sguardo. Non riesce a guardarmi negli occhi, non senz lasciar trapelare l’orrore e la paura.
“Andrea attraversa un periodo difficile. Il lavoro non va bene e lui, beh, qualche volta è nervoso.” Mi sento mortificata ad ascoltare le parole della mia migliore amica, che tenta disperatamente di giustificare l’ignobile comportamento di quello stronzo.
“Così ti ha presa per un sacco da boxe?” Celeste alza lo sguardo, scioccata.
“No! È che certe volte lo esaspero!”
Scuoto la testa, incredula, cercando di capire quale meccanismo della mente o del cuore possa portarti a scusare la violenza da parte di chi dovrebbe proteggerti.
“Non provare a dire che è colpa tua, non comportarti da succube!” sbotto, lasciando fuoriuscire la rabbia.
“Non lo faccio” sussurra. “Mi ha chiesto scusa. Dice che non sa cosa gli è preso e che non lo farà più. L’ha promesso.”
“Non sei mai stata una stupida. Non cominciare ora.” Ormai sto ringhiando.
Celeste non risponde. “Quante volte?”
Si stringe nelle spalle. “Due.”
“Devi lasciarlo e denunciarlo” dichiaro decisa.
Lei strabuzza gli occhi. “No! No Mia, ha promesso. Lui mi ama e io non voglio scappare al primo momento di difficoltà.” Non posso crederci. Sono davvero arrabbiata con lei.
“Lo farà di nuovo, non capisci? Se ti amasse davvero non potrebbe mai farti una cosa del genere!”
Celeste stringe i pugni e si avvia alla porta, lanciandomi un’occhiata ferita.
“Non hai il diritto di dirmi come devo vivere la mia relazione. So che sembra terribile ma non è come pensi. Andrea mi ama e non lo farà più. Mi spiace che tu non ti fidi del mio giudizio.”
Detto ciò, esce dalla stanza. Sono svuotata. Devo calmarmi e poi trovare una soluzione.
Aggredire la mia amica non è stata una mossa furba, l’ha solo messa sulla difensiva. I sentimenti le offuscano il giudizio, il desiderio di credere nell’amore professato da Andrea la fa sentire in dovere di essere paziente e resistere.
Io sono quella che deve farle capire la verità e che deve convincerla che lui non la ama. Non so cosa sia successo ad Andrea e non mi interessa, non è un mio problema. Il mio problema è salvare la mia migliore amica. Mi reco all’ingresso, infilo il cappotto ed esco, intenzionata a piombare in casa di quei due. La porterò via da lì, volente o nolente.

Non ci metto molto a raggiungere la meta, dieci minuti in auto e mi parcheggio davanti all’ingresso. Sento già le urla. Andrea inveisce, apostrofando Celeste con epiteti che mi fanno rabbrividire. Già me lo immagino che incombe su di lei mentre la mia amica se ne sta in un angolo a subire, aggrappandosi al ricordo dell’uomo che ha amato.
Fortuna vuole che io abbia una copia delle chiavi, per le emergenze. Mi chiedo cosa stiano facendo i vicini e perché nessuno sia ancora intervenuto. È impossibile non sentire le grida, sono quasi assordanti. Entro di soppiatto, cercando di contenere la voglia di saltare addosso ad Andrea e riempirlo di botte. Non avrei la meglio, quell’uomo pesa il doppio di me. Magari, vedendomi, si renderà conto di ciò che sta facendo. Questo è ciò che spero quando attraverso la soglia del salotto. La scena è come me la sono immaginata, l’unica differenza è che Celeste è a terra, sanguinante e con il naso rotto e Andrea troneggia su di lei, pronto a sferrarle un calcio. Non ragiono più, parto alla carica e mi lancio su di lui neanche fossi una wrestler. Andrea, colto alla sprovvista, cade all’indietro, giusto il tempo di riprendersi e mi assesta uno schiaffo in pieno volto, facendomi rotolare di lato, stordita.
Non so se è stato il vedere Andrea picchiare anche me a risvegliarla dal suo torpore ma Celeste si alza e si avventa su di lui, schiaffeggiandolo e colpendolo con forza. Andrea, sconvolto da quella reazione inaspettata, resta immobile e incassa i colpi.
Mi tiro in piedi, raccatto un porta candele in ottone e mi avvicino ai due, sento già il livido che si sta formando sulla guancia.
“Noi ce ne andiamo. Non provare mai più ad avvicinarti a lei o giuro su Dio che troverò il modo di ammazzarti.”
Prendo Celeste per un braccio e la guido fuori. Lei esce senza voltarsi indietro, appoggiandosi a me.
Sono passati sei mesi da quella sera e, se ci penso, ancora sento la violenza del colpo di Andrea sul mio viso. Celeste è rinata. Il tempo ha curato le sue ferite, fisiche e psicologiche e adesso è tornata l’amica che conoscevo, più forte e più determinata di prima a trovare l’amore.

Io sono ancora accanto a lei.

[Melissa Pratelli]

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Non dimenticatevi di votare cliccando “mi piace” a questo articolo e condividete a tutto spiano! 🙂

Naty&Julie ❤

Notting’s Mimosa!

Ciao Notters,

sapete che da qualche giorno, fino alla fine di Marzo, Notting Hill Books ha aperto una nuova rubrica: “Notting’s Mimosa”, dove chiunque di voi può scatenare la fantasia, l’importante deve esserci un elemento essenziale: le Donne.
Ora vi facciamo leggere “Un breve racconto di vita” di Antonella Avallone.

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Un breve racconto di vita


di
Antonella Avallone

 

C’era una volta… Oh, che inizio retorico, sarà meglio attualizzarlo un po’. Ecco vediamo se così è meglio.

Io sono Sara e questa è la mia storia, quella di chi a vent’anni non sa cosa sia l’amore e che, mentre cammina tra la gente tutto d’un colpo si accorge di essere simile agli altri con il cuore in gola, che batte come non credeva possibile e che sembra esploderle dal petto.

Eppure là al liceo non mi era sembrato nulla di eccezionale. Il nuovo professore certamente era giovane, simpatico ed in confronto alle altre materie la sua era molto più rilassante, benché esigesse attenzione, come giusto che fosse. Lui, però, non pretendeva dedizione assoluta né impartiva compiti a casa, almeno così ricordo io… Ma dicevo, quando arrivò il primo giorno fresco di nomina a sostituire il suo collega, si presentò timido e spaurito con il sorriso sulle labbra, un viso dolce e bonario ed un aspetto da ragazzino. Naturalmente lo accogliemmo con favore e ben presto instaurò un bel rapporto con la classe, benché non condividessi l’eccessiva familiarità di alcune mie compagne, che prendevano il sopravvento. Lo stuzzicavano, facevano battute e si scambiavano risatine. A me sembrava più giusto mantenere le distanze, come conveniva tra insegnante e studenti, una certa forma di rispetto, ma come ho già detto, nulla in me aveva provocato un qualsiasi mutamento. Mi comportavo in tutto simile ai miei colleghi di studio e così facendo gli anni passarono.

Giunse la maturità e prima di questa la cena d’addio. Una gran bella tavolata di studenti e insegnanti per l’occasione tutti presenti, forse perché da noi invitati in un ristorante alla moda, forse perché l’ultima occasione per stare tutti insieme.

Casualmente mi sedette davanti questo giovane professore sempre sorridente e pronto ad aiutare chi bisognoso di lui. Quella sera sembrava uno di noi e così sembrò anche a me. Fu disponibile come non mai e prodigo di attenzioni, ma voci del suo prossimo matrimonio mi turbarono. Uno scatto, un brivido mi percorse lungo tutta la schiena, ma pensai al freddo, visto che cenavamo su una splendida terrazza panoramica, ma non credo ora a distanza di tempo che fosse quello che mi gelò il sangue e che mi infuse una tristezza infinita. Non ci volli pensare al momento. E poco dopo tutto finì, la cena, il liceo.

Mi attendeva una nuova vita. Avrei iniziato l’università ed affrontato nuove sfide, ma nessuno nel cuore d’amare. Passavo le giornate a studiare sui libri e le sere con gli amici di sempre. Mi godevo ogni attimo e credevo di essere felice e così sembravo agli altri. Forse lo ero davvero, perché non sapevo che mi mancava qualcosa. Poi, però, un giorno un’amica parlando degli insegnanti del liceo pronunciò il suo nome, quello di quel giovane professore dall’aria gentile e dal sorriso amichevole. Curiosa la interrogai e seppi che non si era più sposato. Fui felice di sentirlo dire e non mi resi conto di quanto ciò fosse evidente. All’’improvviso una vampata di calore mi scosse da capo a piedi. Mi sentivo rovente, lui era davanti a me, sorrideva come solo lui sapeva fare e ci chiedeva dei nostri studi, della nostra vita, ma io a stento riuscivo a soffocare i battiti del mio cuore e rimasi senza parole. Nei miei occhi c’era una luce nuova, che mi parve distinguere anche nei suoi, quando i nostri sguardi s’incrociarono per un istante infinito. Allora capii che era amore, finalmente amore vero quello che mi aveva colpito a tradimento e che io avevo sempre avuto nascosto nel cuore.

Ma se anche lui provasse qualcosa per me e se ci fosse un futuro per noi due, beh questa è già un’altra storia.

Antonella  Avallone

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Ora non vi resta che votare e condividere! 😉

Naty&Julie ❤

Notting’s Mimosa!

Ciao Notters!

Iniziano ad arrivare i primi racconti “Mimosa”, il primo che vi facciamo leggere è: “Come Miss Marple” di Daniela Perelli.
Leggete, votate e condividete! Il mese di Marzo è il mese delle donne e Notting Hill Books, vi regala i Notting’s Mimosa. 😉

scrive

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Come Miss Marple

di
Daniela Perelli

“La signora Dorotea Berti è una simpatica vecchietta di 80 anni e vive a Populonia, un paesino sito sul mare della meravigliosa Toscana. Vedova dal 1999, ha dedicato la sua vita ai suoi adorati gatti coltivando la passione per il cucito, la lettura, le partite a carte del sabato con le amiche di sempre e il suo piccolo giardino, che la rende tanto orgogliosa.
Ma c’è un’altra passione della quale, questa simpatica vecchietta, non può proprio fare a meno: i pomeriggi, seduta sulla sua poltrona preferita, con i suoi amati gatti, a guardare i vecchi film di Agatha Christie.
Suo marito, prima di morire, le regalò un videoregistratore e una cassetta contenente il film tratto dal racconto “Dieci piccoli indiani”, il suo preferito in assoluto.
Da quel giorno collezionò tutti i capolavori della celeberrima autrice abbinando, così, l’amore per la lettura, all’amore per questi capolavori cinematografici.

Sono le tre del pomeriggio, la signora Dorotea è seduta e sorseggia un bel bicchiere di menta fresca mentre guarda “Un delitto avrà luogo”. Nel momento cruciale del film il campanello che suona la riporta in maniera prepotente alla realtà. Mette in pausa, si alza un po’ scocciata, guarda dallo spioncino e apre la porta al postino che, come al solito, la guarda con aria sognante.
Nonostante i suoi anni è ancora una bellissima donna e tutti in paese si sono sempre chiesti come mai non si fosse mai rifatta una vita, ma a lei non è mai importato; è sempre stata, e lo è ancora adesso, felice così.
«Buongiorno miss Dorotea, come sta oggi?».
«Esattamente come stavo ieri, Alberto».
Il povero postino non se la prende più per le risposte un po’ brusche; sono anni che vanno avanti così. Oramai è abituato, ma non rassegnato all’idea di conquistarla.
Dorotea sa benissimo dei sentimenti che prova quest’uomo dolcissimo e vedovo come lei, anche perché, essendo suo coetaneo, è andato in pensione da un bel pezzo. Ma avendo il nipote preso il suo posto e sapendo dei sentimenti dello zio per questa donna, lascia che sia lui a consegnarle la posta.
«È appena arrivata questa lettera per lei, ma non ha il mittente».
«Chi può essere così ineducato da scrivermi senza un recapito?», si chiede, evidentemente scocciata, «non importa, la ritiro comunque. Grazie e buona giornata».
«Di niente miss e buona giornata anche a lei».
E così si allontana, come sempre, triste e sconsolato.
Dorotea si siede nuovamente sulla poltrona, apre la lettera sempre più irritata dal non sapere subito chi la manda e la legge..

12 luglio 2015

Carissima Dorotea,
la aspetto il giorno 16 luglio 2015 alle ore 10 di fronte all’entrata del museo di archeologia.
Ho da consegnarle una cosa importante e mi raccomando di non parlarne con nessuno: è una situazione molto delicata.

Serena

La lettera le cade di mano e il suo sguardo diventa completamente assente.
«Serena? Sarà per caso? No, non può essere…non ho sue notizie da anni! Eravamo due ragazzine». I suoi gatti la osservano curiosi mentre parla da sola.
Si alza, si dirige in camera e apre il cassetto del vecchio comodino, abbandonato da anni a se stesso.
Tira fuori una vecchia scatola in latta, oramai arrugginita, ed estrae delle foto. Le guarda e una lacrima le scivola sul viso mentre le accarezza con amore, proprio come fa sempre con i suoi adorati gatti.
Quanti ricordi di gioventù…
Serena era la sua migliore amica. Abitavano nella stessa palazzina ad Arezzo, erano compagne di classe, compagne di giochi e confidenti. Condividevano tutto; erano come sorelle.
Poi quel maledetto giorno….
Arrivò in classe prima della sua amica e la cosa la stupì molto. Serena era una studentessa modello e arrivava sempre 15 minuti prima per controllare i compiti. Ma non quella mattina..
Finite le lezioni si precipitò a casa sua e, non appena arrivò, vide due pattuglie della polizia e i genitori di Serena che piangevano disperati.
Il panico le mozzò il respiro: Serena era scomparsa nel nulla e da quel giorno nessuno più la trovò.
Dopo due anni dalla scomparsa della sua più cara amica si trasferì con i suoi genitori a Populonia, per il nuovo lavoro di suo padre, qui rimase e continuò la sua vita. Ma il ricordo di Serena la accompagna da sempre.
Legge la lettera almeno una decina di volte ancora e non può non pensare ad uno scherzo di cattivo gusto. Chi può essere tanto crudele? E poi: erano soltanto delle bambine allora! Chi altri può essere a conoscenza di questa triste storia?
«Basta pensare troppo! Devo venire a capo di questa faccenda».
Si prepara velocemente, per quel che la sua età le consente, esce di casa e si dirige determinata come non mai verso la biblioteca pubblica.
I suoi compaesani la osservano un po’ stupiti perché, essendo molto abitudinaria, non l’hanno mai vista fuori a quest’ora.
Non appena entra si ritrova davanti gli occhi sbarrati del signor Alberto che cerca invano di proferire parola, ma ottenendo solo un improvviso attacco di balbuzie.
«Miss…ma..ma…che..che…cosa ci fa…qui? O meglio, sono felice di ve..vedervi, è so..solo che no..non me lo aspettavo, ecco!».
«Avete ingoiato una macchinetta?», risponde la signora Dorotea con una domanda, mettendolo così in ulteriore imbarazzo. Il mal capitato abbassa subito lo sguardo.
«Comunque, sono qui per fare alcune ricerche».
«Che tipo di ricerche, miss?».
«La scomparsa di una bambina avvenuta anni or sono».
«Ah, capisco». In realtà non capisce, ma non sa che altro dire. «Le servirà un computer. Sa come fare?».
La signora Dorotea lo osserva subito a testa alta con aria di superiorità, ma dura ben poco. Perché lei non ha la minima idea di come si usa un computer. Guarda ancora videocassette, santo cielo! Allora, sconsolata, emette un lieve sbuffo e ammette la sua totale incompetenza in materia. Deve lasciare da parte l’orgoglio per scoprire il possibile sull’amica più cara che abbia mai avuto.
«In verità non ne ho la più pallida idea».
«Allora, venga con me miss. L’aiuterò più che volentieri».
In questo preciso istante Alberto si sente come sospeso ad almeno un metro da terra.
Si siedono di fronte al computer e, sotto suggerimento della signora Dorotea su luoghi e date, cominciano un’accurata ricerca, che però non li porta a molto se non che a un particolare, di cui lei non è mai stata a conoscenza. Tra i sospettati, mai accertati però, esce subito fuori la foto della loro professoressa di italiano. Si chiamava Susanna Conti, ma essendo passati davvero tantissimi anni, la ricorda appena.
«Guardi Dorotea. Qui dice: “La professoressa Conti era indiziata perché si sospetta avesse del tenero con il padre di questa povera bambina. Purtroppo non vi era alcuna traccia e, non avendo mai trovato Serena, il caso fu archiviato molti anni dopo”».
Alberto si gira verso Dorotea. «Non vorrei sembrarle invadente miss, ma posso chiederle come mai ha deciso di informarsi su questa triste storia?».
«Sa quella lettera che mi ha consegnato?».
«Sì, era senza il mittente».
«Ebbene, è firmata da Serena e dice che mi aspetta domani. Guardi, la legga!».
Il signor Alberto rimane di stucco.
«Forse è solo uno stupido scherzo, ma la prego di non andare a quell’appuntamento».
«Io devo andarci, devo capire. Lo devo a Serena. Lei era la mia più cara amica».
«In questo caso verrò con lei».
«No, assolutamente! Non è affar suo. L’ho già immischiata troppo in questa faccenda».
«Me ne starò in disparte, non si preoccupi. Non mi noterà nessuno. Da sola non la lascio; potrebbe essere pericoloso».
«E va bene».

***

Il giorno seguente la signora Dorotea si presenta all’appuntamento in perfetto orario, ma Serena ancora non si vede. Questo le fa capire subito che la lettera non è stata scritta da lei, perché la sua più cara amica è puntuale. Quando erano piccole e avevano un appuntamento non vi era nulla da fare. Serena arrivava sempre prima. Come a scuola, così era anche nelle situazioni frivole.
«Signora Dorotea?».
Si gira di colpo quando sente una voce femminile chiamarla e nota subito questa donna che si avvicina sempre più a lei.
È molto bella e assomiglia a Serena, per quel poco che la ricorda grazie alle foto.
«Sono io. Ma lei chi è? E perché mi ha mandato quella lettera?».
«Mi spiace, non era mia intenzione spaventarla. Mi chiamo Serena e sono la figlia della sua più cara amica. Mi ha dato il suo nome e lo porto con orgoglio. Mia madre è morta lo scorso anno, ma prima di andarsene mi ha chiesto di trovarla e consegnarle questo».
La donna le porge un braccialetto e Dorotea capisce subito: era il simbolo della loro amicizia! Entrambe ne avevano uno con un ciondolo che rappresentava l’infinito, perché la loro amicizia sarebbe durata per sempre.
«Io non so cosa pensare…era scomparsa e pensavo fosse morta già da molto oramai. Ma cosa successe? L’avevano rapita? E perché non si è mai fatta viva con me? Non so davvero cosa pensare!».
«Capisco e mi dispiace, ma non posso darle le risposte che cerca. Purtroppo ci sono molti scheletri nascosti ma io….mi scusi ma non posso stare qui a lungo, devo andare. La prego di accettare questo braccialetto, ma non mi faccia domande. Non posso aiutarla».
La signora Dorotea è davvero sconvolta, ma non si arrende.
«Lei non può piombare qui, lanciare questa bomba e andar via come se niente fosse. Ho il diritto di sapere cosa successe alla mia più cara amica!».
«Ascolti, può parlare con questa persona». Prende un foglietto e una penna dalla borsa e scrive sopra un nome e un indirizzo. «È tutto quello che posso fare per aiutarla. Davvero mi dispiace, ma questa storia mi ha fatta soffrire per molto tempo e adesso che ho una mia famiglia voglio andare avanti e non pensarci più.
Rassegnata prende il foglietto, con le mani tremanti, e la osserva in silenzio. Continua a guardare la figlia di Serena anche mentre si allontana da lei, finché non decide di andarsene a sua volta.
Alberto si avvicina ma non dice nulla; capisce all’istante quanto sia turbata.
Tornata a casa invita il suo nuovo amico a prendere un caffè. Non che la cosa le faccia piacere, ma per buona educazione. In fondo è stato così gentile ad aiutarla.
«Prego, si accomodi signor Alberto, preparo un caffè».
L’uomo rimane di sasso: non si aspettava di certo un invito, ma felice ed emozionato accetta di buon grado.
«Grazie miss, molto gentile». Si toglie il cappello e si siede.
«La ringrazio di avermi aiutata, ma da adesso in poi non la disturberò più. È un problema mio e mi sembra più che giusto sbrigare questa faccenda da sola. L’ho disturbata già troppo».
«Dorotea, non dica così. Per me è un immenso piacere aiutarla e non sa quanto sia dispiaciuto nel vederla così provata». Alberto prende le mani della donna, che da tanto, troppo tempo ama in segreto, ma lei avvampa e le sfila via subito.
«Signor Alberto, la prego! Il suo gesto è stato davvero inopportuno. Ho capito benissimo le sue intenzioni, ma mi dispiace: non sono interessata. Il mio cuore non è libero, non tradirò mai la fiducia del mio defunto marito».
«Accettare la mia amicizia, perché è solo quello che le chiedo, non credo che dispiacerà a suo marito, anzi! Sono sicuro che gioirebbe nel vederla felice», dice Alberto emettendo un lieve sospiro, «non ho intenzione di prendere il suo posto, ma io provo molto affetto per lei e le chiedo solo di accettarmi e conoscermi, tutto qui. Poi potrà decidere e io rispetterò la sua scelta, lo prometto. Non insisterò più».
Dorotea lo ascolta, mentre gli versa il caffè nella tazza, ma sembra quasi indifferente alle sue parole.
«Adesso le va di raccontarmi cosa è successo?».
La donna non riesce a trattenere più le emozioni, si siede accanto a lui, sorseggia il suo caffè e comincia a raccontare dal principio non tralasciando particolari.

***

18 luglio 2015

Dorotea e Alberto si fermano con la macchina di fronte a una grande casa. Il viaggio è durato circa due ore e finalmente sono arrivati a destinazione.
La signora, tremante anche per via dell’età che avanza, estrae il foglietto dalla borsa e controlla che l’indirizzo sia giusto.
Scendono dalla macchina, aprono il cancelletto attraversando il vasto giardino e suonano il campanello.
Quando la porta viene aperta si trovano davanti un signore che avrà sì e no i loro anni.
«Buongiorno, posso esservi utile?».
«Buongiorno a lei. In verità non saprei…», risponde Dorotea.
Il signore sembra visibilmente scocciato, ma ad un certo punto il suo sguardo cade sul polso di Dorotea e la sua espressione cambia notevolmente.
«Dove ha preso quel braccialetto? È identico a quello della mia defunta moglie».
La donna si guarda subito il polso d’istinto, poi i suoi occhi tornato verso l’anziano signore.
«Ma allora, lei è il marito della mia cara Serena».
«Sì, ma chi è lei e cosa volete?». Si rivolge anche ad Alberto, che imbarazzato non sa cosa dire.
«Ieri ho incontrato sua figlia e mi ha dato questo bracciale. In tutti questi anni ho sempre pensato che Serena fosse morta ancora bambina e invece…ma cosa è successo? La prego ci faccia entrare, lei è l’unico che può parlarmi di quello che è accaduto».
«La figlia di Serena non è davvero mia figlia».
Dorotea e Alberto si guardano perplessi.
«Vi concedo qualche minuto per raccontarvi quel che so, anche se non è molto».
Il signor Anselmo li fa accomodare e comincia a raccontar loro di quanto in realtà la sua adorata moglie, che lui ancora ama più della vita stessa, sia sempre stata restia a raccontare il suo passato. Lui però pensava fosse solo perché la faceva soffrire troppo.
Serena aveva avuto questa figlia con un altro, di cui il signor Anselmo non conosce il nome e mai lo ha voluto sapere. Ha cresciuto la bambina come se fosse sua, ma con il passare del tempo, il rapporto tra di loro si raffreddò perché la giovane, oramai donna, scoprì che non era il suo vero padre.
«Per tutti questi anni ho creduto che Serena fosse morta giovanissima. Da quel giorno in cui scomparve non ho saputo più nulla di lei. Solo pochi giorni fa, dopo che ricevetti la lettera di sua figlia, mi recai in biblioteca per fare alcune ricerche. Il caso fu archiviato molti anni dopo e l’unico sospetto ricadde sulla nostra insegnante che si vociferava avesse una storia con il padre di Serena».
L’oramai provato signore si prende la testa tra le mani e comincia a singhiozzare.
Che sappia più di quel che dice di sapere?
Alberto si siede accanto e gli appoggia una mano sulla spalla per rassicurarlo. Dorotea non si arrende però: deve scoprire la verità.
«Io ho il sospetto che lei sappia tutto. L’ho capito dal momento in cui ho nominato l’insegnante…La conosceva per caso?».
L’uomo solleva la testa e accenna un timido sì con la testa.
«Era mia sorella maggiore».
Dorotea rimane di sasso! Questa situazione ha veramente dell’incredibile ed è più intricata di quel che sembra, ma vuole a tutti i costi venirne a capo.
«È vero che sua sorella aveva una relazione con il padre di Serena?».
«Sì, purtroppo è vero».
«E può essere che la mia amica avesse scoperto questa squallida tresca?».
Dorotea si alza dal divano e, come la sua eroina Miss Marple, comincia a scavare più a fondo per scoprire i colpevoli di tutto.
«Sì, li ha visti baciarsi».
«Credo di cominciare a capire, ma continui lei. Ho il diritto di sapere cosa successe alla mia più cara amica».
Anselmo fece un profondo respiro e cominciò a raccontare…
«Mia sorella disse al suo amante che Serena li aveva visti, così lui spaventato per le conseguenze decise di troncare subito la loro relazione. Ma a mia sorella non andò giù la cosa».
«Ricordo che era piuttosto testarda e cocciuta come insegnante. Vada avanti».
«Quella mattina, in cui Serena scomparve, lei aveva qualche ora libera, aspettò Serena in un angolo poco trafficato sapendo che sarebbe passata di lì per andare a scuola, la prese e la portò via. Per qualche giorno la tenne nascosta in una cascina poco lontana, che apparteneva da anni alla nostra famiglia. I genitori di Serena erano disperati. Io ero solo un ragazzino allora e mi ricordo che passai con la bici proprio quel giorno. La polizia era lì e vidi anche lei signora Dorotea. Mi sentii in colpa per giorni, ma poi decisi di andare dal padre di Serena e raccontargli tutto. Lui andò a riprendere sua figlia e minacciò mia sorella di andare alla polizia, ma la mamma di Serena, una volta scoperta la cosa, non volle. Erano altri tempi, in cui lo scandalo era troppo forte da affrontare e superare. Così scapparono via, dove nessuno poté più trovarli e nessuno seppe più niente di loro».
Dorotea è palesemente sconvolta da questa rivelazione, ma cerca di non darlo a vedere.
«E poi cosa successe? Come è possibile che lei e Serena siate diventati una coppia?».
«Destino, puro e semplice. Io e mia sorella non ci siamo più visti perché si trasferì in un’altra città. I nostri genitori la ripudiarono. L’ho rivista solo qualche anno fa, prima che morisse. Volevo perdonarla e lasciarla andare via in pace. Serena si sposò giovane con un uomo che però la abbandonò quando la loro bambina era ancora molto piccola. La incontrai per caso e dopo un inizio un po’ incerto ci siamo innamorati. Ero il suo eroe! Mi diceva sempre… Ma io non credo, era lei la vera donna forte!».
«Ora mi è tutto più chiaro. Non so però se riuscirò mai a perdonarla di non avermi mai fatto avere sue notizie».
Anselmo si alza e va incontro a Dorotea.
«Mi parlava sempre di lei, sa?».
Dorotea lo guarda con gli occhi gonfi di lacrime.
«Voleva rispettare quella che allora era stata la decisione di sua madre di perdonare suo padre e non far sapere mai a nessuno tutto ciò. Lei non era così, era una donna sempre sincera e leale che apprezzava le verità anche quando erano dolorose, ma voleva troppo bene a sua madre e rispettava il suo silenzio e il suo dolore. Era una grande donna».
Lo era davvero, pensò Dorotea.
«La ringrazio molto per il suo tempo».
«È stato un piacere e poi…parlarne mi ha aiutato».
«Prima di andare via però le chiedo un’ultima cosa».
«Ma certo, chieda pure».
«Parli con sua figlia. Non sarà sangue del suo sangue, ma poco importa. È stato lei a crescerla ed è giusto che sistemiate i rapporti tra di voi. Avete bisogno l’uno dell’altra. Me lo prometta».
«Glielo prometto».
E fu così che la signora Dorotea Berti passò qualche giorno come la sua amata Miss Marple con il cuore colmo d’amore per aver con sé almeno il ricordo della sua più cara amica che mai l’aveva dimenticata. E poi…riscoprì l’amore con il suo Alberto.”

Daniela Perelli

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