Recensione di: “Dracula – Love Never Dies” di Natascia Lucchetti

Buongiorno carissimi Notters!

Oggi vi parlo di un romanzo incredibile, che ha toccato le corde più profonde della mia anima come pochi libri sono riusciti a fare: si tratta di storie indimenticabili, intense, appaganti in tutto e per tutto…Ecco, il romanzo in questione s’inserisce perfettamente in questa categoria, sebbene non fossi sicura che il genere mi sarebbe piaciuto così tanto. A cosa mi riferisco? Ma a lui, “Dracula” di Natascia Luchetti.

Se il mio preambolo vi ha incuriositi almeno un po’, seguitemi per saperne di più! 🙂

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TITOLO: Dracula – Love Never Dies
AUTRICE: Natascia Luchetti
GENERE: Romanzo horror/romantico
EDITORE: Delrai Edizioni
DATA DI PUBBLICAZIONE: 23 gennaio 2017
PAGINE: 335
FORMATO: Ebook/Cartaceo (sia versione Deluxe sia economica)
PREZZO: 2,99/€ 16,50 (versione Deluxe)/€ 9,90 (versione economica)

 


SINOSSI 

Sono passati più di cento anni dalla sconfitta delle tenebre.
Il ricordo sbiadito e invecchiato della donna che ha amato continua a torturare il suo animo imprigionato e inquieto. L’animale che è in Vlad preme per uscire e vendicarsi così della prigionia a cui Van Helsing e Harker lo hanno costretto, allontanandolo dall’amore. Il male è di nuovo pronto per calare su Londra e lasciare una scia infinita di sangue. Crudele e privo di morale, Dracula si aggira per la città, ma l’antica promessa di un sentimento eterno torna a fargli visita. Yrden Clarks lo guarda con ardore, lei non lo giudica, lei non ha paura… Ma è la vendetta che alimenta la smania del mostro e lo guida nella lotta tra luce e ombra. Non c’è niente che può salvare un uomo senz’anima, niente, nemmeno l’amore a cui la storia sembra averlo destinato.

RECENSIONE 
***ATTENZIONE, POSSIBILI SPOILER*** 

Nella premessa, ho fatto riferimento a quella cerchia di “libri speciali” che ogni lettore incontra nella propria vita e definisce tali, ovvero quei romanzi in grado di lasciare delle sensazioni uniche, quasi indefinibili. Mi spiego meglio. Avete presente quando giungete all’ultima pagina di un libro e, una volta concluso, provate una profonda commozione quasi steste salutando un caro amico da cui non avreste mai voluto separarvi? Ma sì, ogni lettore possiede una lista di questi libri speciali e sono fiera di dire che Dracula di Natascia Luchetti si è appena aggiudicato un posto d’onore nella mia.

Raramente do cinque stelle nelle recensioni, semplicemente perché è difficile per un libro rasentare la perfezione, che a mio personalissimo giudizio è rappresentata dal pieno coinvolgimento emotivo del lettore, accompagnato da una trama magnifica e da una struttura stilistico-linguistica solida e appassionante. Se a tutto ciò, aggiungiamo il fatto che mi sono accostata a questo romanzo con una spiccata curiosità, ma incerta se mi sarebbe davvero piaciuto o meno…Beh, allora potete capire il motivo del mio voto al piccolo capolavoro di Natascia.

Innanzitutto, voglio rassicurarvi su una cosa: non dovete essere degli amanti sfegatati del genere horror per apprezzarlo né aver letto Dracula di Stoker.
Certo, sapere quantomeno chi sia Vlad III Draculea può aiutarvi, ma dubito fortemente che qualcuno ignori il succo della storia.

Dico ciò, perché magari la mancata lettura del capostipite letterario potrebbe frenarvi nell’acquisto del libro in questione, ma potete stare tranquilli: ci pensa la meravigliosa penna di Natascia a delucidarvi sul passato di Dracula e, dunque, sulla trama di Stoker, citandolo abbondantemente e proponendo numerose comparazioni con le vicissitudini passate del vampiro primigenio.

La storia si apre con uno scenario piuttosto triste, ma perfettamente coerente con la nostra epoca. A cent’anni dalla sconfitta delle tenebre, Dracula è prigioniero ad Hellsgate, una struttura in cui vengono effettuati esperimenti scientifici sui prigionieri detenuti al suo interno. Il vampiro è ridotto in fin di vita, orrendo a vedersi, ma non è stato ucciso perché è proprio con il suo sangue che viene effettuata buona parte degli esperimenti: Vincent Harker, responsabile di Hellsgate, vuole sfruttare a suo vantaggio le peculiarità del vampirismo, quali l’estrema forza, l’immensa velocità, la capacità di guarire dalle ferite, ma soprattutto l’immortalità. È la condizione in cui è relegata sua figlia Aurore, costretta sulla sedia a rotelle, a indurlo a perseguire tale scopo; ma è anche l’odio che nutre per Dracula a far sì che Vincent voglia mantenerlo in vita, una vita di patimenti, umiliazioni e sofferenza. Tale odio discende direttamente dal suo antenato Jonathan Harker che, non solo fu tra i maggiori nemici del vampiro primigenio, ma fu anche lo sposo di Mina Murray, la donna che donò il proprio cuore a Dracula e che, anche dopo la sconfitta del vampiro, non si rassegnò mai alla sua perdita, lasciandosi perire d’infelicità.

Dracula riesce a fuggire da Hellsgate grazie all’aiuto di Peter Clarks, giovane guardia contraddistinta da grande sensibilità, che non sopporta di vederlo ingiustamente maltrattato. Tuttavia, paga a caro prezzo lo scotto del suo errore, un errore che commette al solo scopo di sopravvivere: gli viene iniettato un po’ del sangue prelevato a Dracula e Peter si trasforma in una sorta di superuomo vampirizzato. Uccide tutti coloro che cercano di fermarlo, fino a quando Dracula gli strappa il cuore, anticipando la fine che avrebbe comunque segnato il ragazzo. Gli ultimi pensieri di quest’ultimo sono dedicati alla fidanzata Annie e ai fratelli minori Noah e Yrden, che lo aspettano impazienti a Londra. Ed è proprio a Londra che si sposta il fulcro della narrazione, poiché è lì che Dracula si dirige.

Rimessosi in forze e recuperato il suo bellissimo aspetto originario, fa recapitare una lettera a Vincent Harker, facendogli intendere che si vendicherà per la lunga prigionia a cui l’ha sottoposto. Per questo motivo, Dracula prende ad uccidere e a spargere terrore nella capitale inglese, cosicché il suo nemico capisca quanto gli sia vicino.

È particolarmente interessante il fatto che Dracula stesso, nel contesto moderno in cui si trova dopo cent’anni d’isolamento, si consideri un vero e proprio anacronismo vivente. In effetti è così e non posso negare che il suo linguaggio forbito, galante e altolocato mi abbia soggiogato esattamente come ha fatto con le sue vittime. L’eleganza da cui è contraddistinto il vampiro è ineguagliabile e posso affermare con certezza che sia il punto forte del romanzo, ciò che mantiene i lettori incollati alle pagine. È come se i suoi poteri e le sue capacità ammaliatrici circuissero tanto i personaggi della storia quanto chi legge. Questo è un grande merito che va reso alla penna dell’autrice, incredibilmente talentuosa nel mantenere una continuità tra il Dracula di Stoker e il suo, senza mai indurre il lettore a pensare che il personaggio principale abbia subito dei mutamenti o dei cali di stile.

Noah e Yrden Clarks, fratelli minori del deceduto Peter, si trovano a fare i conti con la sua misteriosa morte, nonché con la depressione di Annie. Quest’ultima comincia a comportarsi in maniera anomala ogni giorno di più, tentando di sedurre Noah (che ha sempre considerato alla stregua di un fratello) e uccidendo il dottore mandato a visitarla. Pagina dopo pagina, scopriamo che Dracula in persona l’ha resa una vampira, sfruttando la disperazione da cui Annie è stata pervasa nel momento in cui ha preso atto della morte di Peter. Come viene esplicitato nel romanzo, infatti, una donna viene vampirizzata solo se lo vuole (con particolare riferimento a Mina Murray) ed Annie non aveva nulla da perdere nel diventare la serva di Dracula, ma tutto da guadagnare.

Il vampiro primigenio continua ad uccidere, facendo sì che i londinesi, all’oscuro di chi si celi dietro ai terrificanti omicidi che stravolgono la città, lo considerino un secondo Jack lo Squartatore. Per ironia della sorte, in molti azzardano perfino alcune teorie riguardanti proprio Dracula di Stoker, senza sospettare che lui esista davvero; ho trovato questo accorgimento di Natascia molto umoristico.

Pian piano comincia a delinearsi un drappello di persone decise a combattere il mostro, guarda caso formato proprio dagli eredi degli antichi nemici di Dracula: Vincent Harker, Darren Van Helsing, John Morris, Arthur III Holmwood Godalming e sua figlia Mercy Godalming, ex fidanzata di Noah Clarks. Ex, perché fu costretta a prendere le distanze da lui dalle minacce del padre altolocato che non accettò mai un poveraccio come compagno per la propria figlia ribelle.

Vi dico subito che ho amato particolarmente il personaggio di Mercy, così forte, combattiva e pienamente sé stessa. Lei è la prima a rendersi conto che a definire la natura mostruosa di qualcuno sono gli atteggiamento messi in atto dallo stesso e nient’altro.

 “[…]Yrden sbarrò gli occhi e schiuse le labbra nel ritrovarsi a osservare la figura di D. I suoi occhi erano scarlatti come quelli di Annie. 
Per un istante le rivolse uno sguardo mesto, poi si voltò verso Annie e, sollevando le labbra, le mostrò la ferina dentatura. 
«Non avresti dovuto osare tanto. Tu sei soltanto una schiava!» 
«Ma M-Maestro, io non…» 
A grandi passi che non facevano alcun rumore a terra, Dracula si avvicinò alla ragazza e afferrò tutte e due le sue spalle, con entrambe le mani. 
«Sapevi che cosa ti era lecito e cosa non avresti mai dovuto fare. Lei è preziosa per me e tu non avresti mai dovuto pensare di sostituirla.[…]” 

Siamo arrivati alla mia parte preferita, ovvero la storia d’amore.
Sì, signori miei, perché vi svelo un segreto: Dracula non è altro che una storia d’amore. La battaglia, il sangue che scorre, la morte, la sofferenza…Nulla, in questo romanzo, conta quanto il sentimento che Dracula scopre di poter provare nuovamente, dopo tanti anni di agonia.

Durante la sua permanenza a Londra, infatti, il nobile vampiro incontra una bellissima e giovane fanciulla, dai lunghi capelli biondi e grandi occhi azzurri. Lei è timida nei suoi confronti, a causa dell’evidente differenza sociale che li contraddistingue, ma dal primo istante in cui si rivolgono lo sguardo, è come se i due fossero trasportati in un’altra dimensione. Diventano l’uno l’incastro perfetto dell’altra ed è evidente quanto il loro sentimento sia vero, puro, sebbene Dracula sia considerato da tutti un mostro e, dunque, l’antitesi della purezza, e lei sia una ragazza che nella vita abbia patito molte sofferenze, discriminazioni e lutti.

Chi è la misteriosa fanciulla? Nientemeno che Yrden Clarks!

Si conoscono presso l’hotel dove Dracula alloggia, poiché Yrden vi lavora, e subito scatta la scintilla. Una potente alchimia unisce le loro anime che sembrano essere ormai indissolubili.

Dracula rimane sul vago circa la propria identità, sebbene vorrebbe essere sincero con lei, ma teme che la farebbe scappare. Tuttavia, Yrden è diversa da qualunque altra ragazza: sente, avverte che si celi qualcosa di misterioso dietro l’affascinante figura di quell’uomo bello e gentile che in più occasioni le chiede di uscire, portandola in posti lussuosi che non avrebbe mai immaginato di poter esplorare…E lo difende persino quando compare sul giornale come principale indiziato per gli omicidi che si stanno susseguendo a Londra…Salvo poi ritrovarsi faccia a faccia con la dura realtà.
Dracula si rivela alla sua amata nel momento in cui Annie cerca di ucciderla per diventare la preferita del Maestro, lasciando Yrden di stucco. Lei si arrabbia, lo respinge, accanendosi contro il sentimento che prova per lui, interpretandolo come una mera illusione creata dalla magia del vampiro, pur sapendo che non è così. Tuttavia, non passa molto tempo prima che Yrden capisca quanto la sua reazione abbia ferito Vlad e quanto lei stessa non riesca ad odiarlo, nonostante tutto.

“[…]Qualcosa in lei gridava disperato all’errore che aveva appena compiuto. Aveva calpestato l’amore di D., per quanto sbagliato esso fosse, lo aveva schiacciato, vomitando parole che sicuramente non rappresentavano la verità. Ma come non reagire a quel modo? Lui aveva ucciso Annie, lui aveva stravolto l’intera città di Londra, aveva seminato il terrore ovunque. Non era forse abbastanza per iniziare a considerarlo un abominio da distruggere? Sì. Seguendo la logica doveva essere esattamente così. Il male è qualcosa dal quale si deve sfuggire, che si deve odiare a priori. Non c’è giustificazione alla morte, alla dannazione. Esse sono tali e basta. Sono valori definitivamente necagiti e inaccettabili. Yrden era sicura di dover provare indignazione, di doversi sentire tradita e di essere obbligata a provare disgusto per quella creatura che aveva spogliato la sua vita di un affetto importante come Annie, eppure non riusciva a smettere di pensare a quanto le sue parole gli avessero fatto male.[…]” 

La narrazione salta da un personaggio all’altro, andando a coinvolgere in prima persona tutti i componenti dello schieramento anti-Dracula, ma Natascia è così brava da permettere al lettore di non perdere il filo del discorso. Tutto è connesso in maniera sistematica, tutto torna, cosicché anche i personaggi che inizialmente possono apparire estranei trovano un loro senso compiuto.

Da questo momento in avanti, è impossibile staccarsi dalle pagine del romanzo, talmente si è coinvolti nella vicenda intrisa di pura suspense e attimi carichi di azione.

La storia d’amore tra Dracula e Yrden non sfocia mai in momenti di passione fisica, eppure è tra le più intense e appassionanti che abbia letto; solo a pensarci mi vengono i brividi. Entrambi soffrono molto a causa della lontananza e della natura maligna del vampiro.
Mi ha commossa il passaggio in cui lui vuole congedarsi un’ultima volta da Yrden prima di partire per la Romania, ma nasconde con un mantello il proprio aspetto bestiale (dovuto all’indebolimento fisico) per non farle ribrezzo; in tutta risposta, lei gli sposta il cappuccio dal viso e lo sfiora di carezze, dimostrando come il vero amore vada al di là dell’aspetto, delle maledizioni, di tutto.

“[…]C’erano centinaia di esseri simili a Dracula in tutto il mondo. Creature nate dalla maledizione del sangue, dalla disperazione, dal semplice desiderio di non spegnersi. Quei paletti avrebbero continuato a trapassare cuori, quelle lame a tagliare teste, quell’acqua santa a bruciare la pelle, ma non ci sarebbe mai stato avversario più rispettabile e onorevole di Dracula. Era l’unico vampiro che agiva con lo stesso codice d’onore di un cavaliere. Tutti gli altri proteggevano soltanto la loro immortalità, lui invece era diverso: lui proteggeva i suoi sogni, anche se nel modo sbagliato.[…]” 

La storia scritta da Natascia appare quasi una sorta di remake di quella di Stoker, senza, tuttavia, sfociare mai nel banale o nel plagio. Anzi, è bello per il lettore ritrovare dei cenni riguardanti il passato del vampiro primigenio, perché in tal modo il cerchio si chiude perfettamente.

Accingendomi a fare le ultime considerazioni, vorrei rendere onore alla bellissima grafica da cui è caratterizzato il libro: la cover, ma anche l’impaginazione interna, con motivi a tema e le pagine dedicate ai titoli dei capitoli decisamente azzeccate.

Dracula di Natascia Luchetti affronta tantissime e svariate tematiche, ma ce n’è una, in particolare, che mi ha colpito e fatto riflettere. Vlad è un personaggio negativo e la sua sete di sangue va di pari passo con l’amore che prova per Yrden. Non è un eroe, tutt’altro: lui è il cattivo. Uccide, si serve delle persone a suo piacimento, medita vendetta e plagia le menti deboli che possono aiutarlo a perseguire i suoi scopi. Ma lo amerete. Eccome se lo amerete. Non potrete farne a meno. Sarete totalmente affascinati dalla sua retorica, dall’eleganza racchiusa nei suoi gesti, dalla magnificenza del suo aspetto, dalla fiera nobiltà che sprigiona nel suo rapportarsi tanto agli amici quanto ai nemici.

Ciò che voglio dire è che, sebbene sia il protagonista e a qualunque lettore (me compresa) venga spontaneo affezionasi a lui, non bisogna dimenticare che non incarna il bene, tutt’altro. Eppure, alla fine è proprio lui ad insegnare qualcosa a coloro che lo considerano da sempre un mostro. E qui, concedetemelo, nella mia testolina ha cominciato a ripetersi il motivetto di una canzone del Gobbo di Notre Dame:

 “Chi può decidere un mostro cos’è?” 

 Già, chi può farlo? E chi è il vero mostro in questa storia? Ai lettori l’ardua sentenza.

Una cosa è certa: non esistono limiti definiti tra ciò che è bene e ciò che è male. C’è un po’ di entrambi in ciascuno di noi, sta ad ogni persona decidere quale parte di sé far emergere maggiormente, di modo che la definisca.
Solo una cosa mi sento di dire all’autrice: bravissima. Non hai fatto centro, di più.
Tutti dovrebbero immergersi nella lettura di questo splendido libro, perché sono pronta a scommettere che si rivelerà una sorpresa anche per i più scettici.
So già che presto lo rileggerò nuovamente, perché Dracula mi manca già e la sua storia non risulterà banale nemmeno alla centesima lettura di questo romanzo.

Laura Z.

Il mio giudizio:

voto-ottimo

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Recensione di: “Non lasciarmi cadere” di Emiliana Erriquez   

 

Ciao Notters!
Siete pronti a conoscere l’ultimo libro che ho letto? Si tratta di “Non lasciarmi cadere” di Emiliana Erriquez, un romanzo in grado di mostrarci tutte le sfumature che può assumere l’amore nelle sue diverse forme.
Pronti, via! 🙂

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TITOLO: Non lasciarmi cadere
AUTRICE: Emiliana Erriquez
GENERE: Romanzo rosa
EDITORE: Self-Publishing
DATA DI PUBBLICAZIONE: 17 ottobre 2016
PAGINE: 156
FORMATO: Ebook/Cartaceo
PREZZO: 1,99/8,84 €

SINOSSI 

Mentre passeggia nella sua amata campagna, una sera Lucia – giovane avvocatessa tornata nel Salento per difendere la propria terra [Simbolo] incontra Emilio, un appassionato agronomo che da anni aiuta suo nonno Nino a prendersi cura dei propri uliveti. Entrati subito in sintonia, i due giovani partecipano alle lotte contadine, animati dall’amore per la propria terra, dal bisogno di difendere le tradizioni e la cultura secolari. Fino a quando Emilio un giorno scopre il segreto di Lucia, continuando a restarle accanto nonostante i propri dubbi, a resistere a quelle emozioni contrastanti che sente nascere dentro, a consigliarla, a proteggerla come merita. La vita di Lucia, che sembra aver preso una direzione precisa, a un certo punto viene sconvolta in seguito al ritrovamento di alcune lettere del nonno, lettere che contengono una verità che rischia di travolgere tutte le sue certezze. Quella scoperta servirà a farle comprendere il valore di una vita spesa all’insegna del sacrificio, lasciandole addosso tutta l’amarezza dei rimpianti e delle rinunce a cui il nonno è andato incontro solo per il suo bene. Ma le regalerà anche il coraggio necessario a fare scelte ponderate per garantire alle persone che ama un futuro diverso.

RECENSIONE 
***ATTENZIONE, POSSIBILI SPOILER*** 

Lasciatemi dire subito una cosa: grazie a questo romanzo ho annusato il profumo degli ulivi del Salento, respirato l’amore dei contadini per la loro terra, vissuto appieno la sensazione di familiarità provata dalla protagonista non appena rimette piede nel suo paese d’origine.

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È proprio con il ritorno di Lucia nel luogo in cui ha vissuto insieme a nonno Nino che comincia la storia.  Lui è il solo famigliare che le sia rimasto in seguito all’incidente nel quale sono stati tragicamente coinvolti la nonna ed entrambi i genitori (avvenuto quando Lucia era solo una bambina) ed è per questo motivo che l’ha cresciuta completamente da solo.

Nonno Nino è un uomo semplice, strettamente legato alla terra che lavora e da cui trae sostentamento, soprattutto gli ulivi. Non è particolarmente espansivo né incline alle manifestazioni d’affetto; eppure, già dalle prime pagine il lettore percepisce distintamente l’infinito amore che prova per sua nipote Lucia.

“[…]Persino dopo la loro morte non sono stato in grado di coccolare mia nipote come meritava. Nessuno mi ha mai insegnato a farlo. Preferisco altre piccole e all’apparenza insignificanti azioni quotidiane, come preparare per lei la colazione, farle trovare una tazza di caffé fumante al mattino, sedermi a tavola e chiacchierare. Spero solo che questo sia servito negli anni a lasciarle comprendere l’amore sconfinato che nutro nei suoi confronti, lei che è tutta la mia vita ora. Come lo sei stata tu un tempo, ormai lontano e perduto.[…]” 

Come si evince fin dall’inizio del romanzo, nonno Nino è solito scrivere lettere ad una misteriosa donna di nome Gemma, di cui, evidentemente, è stato (ed è tutt’ora) perdutamente innamorato. Ciò che sorprende, però, è che non si tratti della stessa donna che fu sua moglie e, soprattutto, che Lucia sia all’oscuro di tutto, lettere comprese.

Nel momento in cui Lucia torna dal nonno, apprende che, da qualche tempo a questa parte, l’anziano parente teme gli giunga una notifica di eradicazione degli ulivi, come purtroppo sta accadendo a molti suoi compaesani. Così, Lucia, decide di fermarsi in Salento per tutto il tempo necessario ad aiutare il nonno a sostenere la sua causa, sfruttando le conoscenze acquisite grazie alla professione esercitata, ma anche per rivelargli al momento opportuno il segreto che l’ha spinta a tornare a casa.

Grazie alla citazione che ne fa l’autrice stessa, la canzone “Io che amo solo te” nella versione cantata da Alessandra Amoroso è diventata per me la colonna sonora di questa storia.

 “[…]C’è gendonna-incintate che ama mille cose 
e si perde per le strade del mondo. 
Io che amo solo te, 
io mi fermerò 
e ti regalerò 
quel che resta 
della mia gioventù.” 
Pensavo a quel bambino che piano
piano stava crescendo dentro di me, che avevo rischiato di sacrificare solo per inseguire il sogno di un amore illusorio e crudele. I versi mi risuonarono in testa, era come se quelle parole fossero state scritte per lui, come se le avessi scritte io.[…]” 

Ecco qual è il segreto che Lucia si porta dentro e che non trova il coraggio di rivelare a nonno Nino: è incinta. Aspetta un bambino da un uomo di nome Oscar che l’ha lasciata in seguito alla notizia, poiché rifiutò di abortire come avrebbe voluto lui.

Dunque, Lucia è tornata a casa per rimettere insieme i pezzi del proprio cuore sbriciolato dall’egoismo di colui che credeva l’amasse, quando, inaspettatamente, ecco che due occhi castani e incredibilmente sexy la fanno capitolare. Sono gli occhi di Emilio, giovane agronomo che da anni aiuta nonno Nino nella gestione della massoneria.

Dai loro primi approcci, Emilio rivela di essere un ragazzo molto dolce e generoso, oltre che bello da impazzire.

“[…]«Stai bene?» mi chiese Emilio allungando una mano verso la mia. Quel contatto fu come una scossa. Mi ripresi quasi subito, allontanando i pensieri che mi stavano soffocando. Accolsi il calore della sua mano come un dono, provando nei suoi confronti una segreta gratitudine.[…]” 

Emilio sembra essere contraddistinto da una naturale propensione a prendersi cura delle persone a cui vuol bene ed è esattamente ciò che fa con Lucia. Senza contare che è il primo ad intuire il suo segreto, serbandolo rispettosamente per sé fino a quando la ragazza si sentirà pronta a svelarlo al nonno.

“[…]Scossi la testa, incredula. «Io lo farò invece. Non ho bisogno del tuo permesso.» 
Questa volta, quando mi alzai, lui non cerco di trattenermi. «Smettila di trattarmi in questo modo. Perché lo fai?» lo accusai, irritata. 
«Faccio cosa?» disse lui in tutta risposta. 
«Cerchi di proteggermi.» 
«E non va bene se una persona lo fa?» si difese alzandosi a sua volta. 
Non trovai nulla da obiettare, ma continuai a fissarlo per capire quello che gli passava per la testa.[…]” 

La storia scritta da Emiliana è tranquilla e gradevole, senza particolari colpi di scena o momenti di suspense. La definirei una lettura piacevole, intima, anche se personalmente avrei gradito qualche scossone in più, nel senso che non vi sono particolari contrasti tra i personaggi della storia che coinvolgano emotivamente il lettore. Salvo scoprire che la madre di Emilio si chiama Gemma, proprio come la destinataria delle lettere di nonno Nino, che Lucia finirà per scoprire per caso…

Ecco, nonostante questa rivelazione e il diverbio scaturito tra Lucia e il nonno, i due ci mettono presto una pezza sopra, facendo sì che, ancora una volta, trionfi la tenerezza da cui entrambi sono contraddistinti oltre che una notevole dose di comprensione.

Intendiamoci, ho apprezzato la dolcezza da cui è intrisa l’intera trama e, in particolar modo, il legame speciale che unisce nonno e nipote. Forse, però, mi aspettavo qualche conflitto in più o almeno qualche fraintendimento, visto che c’erano tutte le carte in regola per crearne a iosa; anche delle semplici e “banali” difficoltà tra Lucia ed Emilio avrebbero reso la lettura leggermente più frizzante. Invece è come se i due fossero predestinati, perché dal primo momento in cui i loro occhi si sono incrociati si sono compresi a fondo.

“[…]«E poi…Ti amo, Lucia. Non si tratta solo di tuo nonno e della profonda riconoscenza che nutro nei suoi confronti. Si tratta di te e di me. Si tratta di noi. Voglio passare con te il resto della mia vita. Voglio svegliarmi al tuo fianco, sentire il tuo respiro mentre dormi di notte, veder crescere questo bambino, giocare con lui, fare lunghe passeggiate tra i viali della masseria, prenderci cura della nostra terra, della nostra famiglia.»[…]” 

La questione relativa alla possibile eradicazione degli ulivi, che pure è un perno fondamentale all’interno della storia come metafora a non mollare mai nella vita, viene lasciata un po’ sospesa; tuttavia, il messaggio finale lanciato da nonno Nino è bellissimo e pieno di positività. Tutti noi dovremmo applicarlo nella vita.

“[…]«La fortuna è la mia, Lucì» disse quando riuscì a riprendere il controllo delle proprie emozioni. «E la vuoi sapere la verità? I miei ulivi non li toccheranno, ma se dovesse malauguratamente capitare, il mio cuore sopporterà anche questo, nipote mia. Finché ci sarai tu al mio fianco a prenderti cura di queste vecchie ossa, finché potrà svegliarmi e guardare il viso di Gemma liberamente senza vergognarmi più, finché saprò che c’è Emilio a prendersi cura di te e di questo bambino, allora potrò sopportare tutto. E se anche pochi ulivi verranno sradicati, noi ne pianteremo di nuovi. Io e te. La natura farà il suo corso e la nostra vita continuerà come ha sempre fatto, perché siamo come questa terra, Lucì. Capaci di non arrendersi mai.[…]” 

Per concludere, il romanzo è ben scritto e ho apprezzato la cura per la descrizione dei dettagli sfoggiata dall’autrice.

Personalmente, come ho già detto, avrei approfondito maggiormente alcune dinamiche relazionali tanto per dare un po’ di brio alla lettura, ma ciò non toglie che il libro sia delizioso, la trama azzeccata e che scivoli via che è un piacere.

In particolare, è bello percepire le diverse “facce” che l’amore può assumere: per un uomo, per un figlio, per una nipote…E tutte le rinunce che determinati sentimenti impongono.

Consiglio questo libro a chiunque abbia voglia di leggere una bella storia disimpegnata, rilassante e che sia ancorata alle tradizioni.

 Laura Z.

Il mio giudizio:

voto-bello

Recensione di: “Verso le luci del Nord” di Alessia Savi

Ciao Notters!

Oggi vi parlo di un libro che fin dalle prime pagine ha acceso la mia curiosità ed è stato in grado di mantenerla alta fino alla fine. Mi riferisco al romanzo di Alessia Savi: “Verso le luci del Nord”. Seguitemi per saperne di più e scoprire se vale la pena leggerlo 🙂

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Verso le Luci del Nord

TITOLO: Verso le luci del Nord
AUTRICE: Alessia Savi
GENERE: Romanzo distopico
EDITORE: Self-Publishing
DATA DI PUBBLICAZIONE: 1 ottobre 2016
PAGINE: 654
FORMATO: Ebook/Cartaceo
PREZZO: 3,49/17,67 €

SINOSSI 

Sono passati vent’anni dal giorno del Grande Bagliore. Dave Higgles e Tamara Willson sono in viaggio verso Nord: la protezione che permette a Tamara di sfuggire a Barbero, Generale dell’Ira dei Sette Stati Infernali, si sta indebolendo. Quello che li aspetta al Monastero di Newberry Spring è qualcosa di più di un semplice caso di possessione e Sorella Magdalene viene esorcizzata dopo una violenta lotta. Dave e Tamara si rimettono in viaggio: raggiungere le Luci del Nord e liberarsi del Generale significa tornare a essere liberi. Magdalene, quando scopre la loro destinazione, non si fa scrupoli e li segue, decisa a ritrovare sua madre. La convivenza durante il viaggio tra le città-stato degli USA è difficile e i casi soprannaturali da risolvere si fanno sempre più pericolosi. Una bambina bionda popola i sogni di Magdalene, tra canti yoruba e suoni di tamburi lontani. Piange. Grida. E invoca aiuto. New Orleans li chiama. In un mondo in cui il Grande Bagliore ha spazzato via ogni cosa, la libertà sembra l’unico bene per cui valga la pena lottare.

RECENSIONE 
***ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER*** 

Credo di poter affermare che Verso le luci del Nord sia il primo romanzo distopico che mi sia capitato di leggere e posso solo ringraziare l’autrice per il meraviglioso esordio concessomi con la lettura del suo libro: ha spalancato le porte su un mondo per certi versi conosciuto, per altri completamente diverso da quello a noi noto. Di conseguenza sì, vi dico già che vale assolutamente la pena leggerlo 🙂

La storia è ambientata in un periodo futuro rispetto a quello in cui ci troviamo: sono trascorsi dieci anni dall’Apocalisse, altrimenti nota nel libro come “Grande Bagliore”, che si è manifestata all’improvviso, sradicando quasi ogni forma di vita dalla faccia della terra.

apocalisse-1“[…]L’Apocalisse si era presentata una mattina di maggio di vent’anni prima,inghiottendo millenni di storia dell’umanità. Non era stato come tutti se l’erano aspettata, era arrivata e basta. Con quale criterio fossero stati scelti i sopravvissuti, nessuno seppe dirlo. Il primo maggio duemilaundici il mondo era cambiato radicalmente, nel modo di essere e di pensare.[…]” 

Il mondo è cambiato parecchio in seguito al Grande Bagliore, al punto da presentarsi in maniera completamente diversa da quella che conosciamo oggi. Le piogge, intrise di radioattività, costituiscono un autentico pericolo e la varietà animale è stata completamente annullata dalla faccia della terra, ad eccezion fatta per qualche sporadico cane sopravvissuto. I colori sono cupi, spenti, e il sole non si mostra mai in tutta la sua luminosità, ma è perennemente offuscato da un coltre di nuvole grigie e pesanti. La vegetazione è pressoché inesistente, mentre le città (spesso fantasma) sono ridotte a villaggi fatiscenti che mi hanno fatto pensare alle civiltà primitive. Tutto è intriso di tristezza, dolore e sudiciume, per non parlare delle difficoltà vissute dai pochi esseri umani rimasti, che si trovano ad affrontare quotidianamente il problema relativo alla fame. Insomma, si narra di un futuro che per certi versi sembra essere retrocesso al passato. Un futuro in cui esistono le armi, le automobili, ma che non sa cosa siano i colori, i frutti, gli animali. Un futuro povero, dove l’Apocalisse ha tolto tutto ciò che l’essere umano aveva creato, lasciando pochi superstiti a convivere con creature mostruose, creature che, un tempo, si limitavano a popolare gli incubi dei bambini: zombie, demoni e quant’altro.

Ecco, dunque, come il mondo reale si scontra con quello fantastico, unendosi in una fusione ridondante, caratterizzata dalla classica lotta fra bene e male, sebbene i contorni che definiscono l’uno e l’altro siano tutto fuorché nitidi.
Quello descritto da Alessia è, infatti, un mondo crudele, spietato e spaventoso, un mondo in cui è impossibile sopravvivere se non si sa sparare o combattere, un mondo in cui, talvolta, ci si deve piegare al male per non morire.

È così che conosciamo i due protagonisti del romanzo, Dave e Tamara. Da quando si sono conosciuti, anni addietro, non si sono più separati e sono sempre stati insieme, da soli, loro due contro il mondo. Sì, perché Dave e Tam sono dei nomadi che, a bordo della loro fedele Betsy (l’automobile), viaggiano per il nord America, combattendo demoni e qualsiasi creatura malvagia si trovi sul loro cammino, diretti verso le famigerate quanto leggendarie Luci del Nord, nella speranza di liberarsi da Barbero, Generale dell’Ira dei Sette Stati Infernali. Vi dico già che, fino alla fine del romanzo, non sarà mai ben chiaro il motivo per cui i due vogliano recarsi proprio lì, in particolar modo Tamara; non si capisce cosa sperino di trovare (forse perché nemmeno loro lo sanno con esattezza), ma è proprio in ciò che risiede il bello della storia.

Il viaggio dei protagonisti è all’insegna dell’ignoto e del mistero, con il rischio sempre dietro l’angolo. Ma lasciatemi dire qualcosa in più di questi due personaggi, a partire da Tamara. Non vi nascondo che, con il suo carattere forte, freddo e apparentemente spietato, è diventata subito la mia preferita in assoluto.

“[…]Gli uomini avevano paura del buio e della notte, come nel Medioevo. Tutti avevano paura di ciò che le tenebre nascondevano ma lei camminava accanto a fantasmi che parlavano incessantemente. Aveva smesso di avere paura di qualsiasi cosa: non sarebbe mai stata sola.[…]” 

Tamara è una donna forte, che racchiude in sé una moltitudine di misteri, che il lettore svelerà pian piano. In particolare, la sua natura di medium: Tam ha la capacità di vedere e parlare con i morti, ma non solo. Dall’Apocalisse, le è comparso un enorme tatuaggio sulla schiena che rappresenta l’Albero della Vita, ma di cui lei stessa non conosce il significato. Sa solo che Barbero vuole appropriarsene sebbene Tamara non ne sappia il motivo. Per questo, è in fuga da lui praticamente da tutta la vita. Nonostante ciò, non ha paura di niente e lasciatemi dire che la sua caparbietà è un fiero omaggio alla natura femminile che, con Tamara, non viene mai calpestata: chi ci prova, è destinato a fare una brutta fine.

Accanto a lei, abbiamo Dave, a cui mi sono affezionata molto grazie all’intima dolcezza che cela nel cuore. Ciononostante, non pensate che sia un rammollito, perché non è affatto così, anzi: è il fiero compagno di Tamara, che ama più della sua stessa vita e protegge in ogni modo.

“[…]Dopo anni e anni di tutto quel casino alla fine era quasi diventato immune all’affezionarsi agli altri. Tam era l’unica eccezione e sarebbe rimasta tale, forse perché ne avevano vissute troppe di cose insieme, dalle quali erano sempre usciti vivi per miracolo. 
Alle volte ci scherzava sopra, ma lei era davvero la sua riserva di batterie. Era l’unica cosa che gli desse la carica per proseguire. Per continuare a lottare.[…]” 

Anche Dave nasconde dei segreti, che si manifesteranno pian piano nel corso della lettura: innanzitutto è un Custode della Gnosi…Leggendo il romanzo capirete meglio l’importanza di tale ruolo.

Ciò che più mi ha colpito di più, però, è scoprire la maledizione che si cela sulle sue mani, perennemente nascoste da dei guanti: un marchio lasciato dallo stesso Barbero, che, entrando in contatto con Tamara, porterebbe Dave ad ucciderla. Mi è piaciuto questo controsenso tale per cui coloro che dovrebbero fuggirsi ed evitarsi come nemici, sono diventati amanti e compagni di vita. Sono talmente legati e affiatati, da comprendersi al minimo sguardo, pur senza lasciarsi andare ad eccessive effusioni.

La terza protagonista si unisce a Dave e a Tamara in seguito alla propria liberazione da parte degli stessi. Sto parlando di Magdalene, novizia da sempre rinchiusa in un monastero, ragion per cui non conosce niente del mondo e non sa quali mostruosità si celino al di là delle mura in cui vive.
Fiera devota a Dio, in cui crede con tutte le sue forze, da qualche tempo la povera Maddie è vittima delle possessioni ad opera di una presunta Bestia che ha nidificato dentro di lei, possessioni a causa delle quali subisce numerosi soprusi e pseudo esorcismi da parte della Madre Superiora. È grazie ad un’amica e consorella di nome Ancilla, se Dave e Tamara fanno irruzione nel monastero proprio nel bel mezzo di una possessione e operano un esorcismo con il quale cacciano il demone che si era appropriato del corpo di Maddie, liberandola.mare-piombino-2-blog

Da questo momento in avanti, ha inizio la vera e propria avventura di Dave, Tamara e Maddie, diretti alle Luci del Nord: quest’ultima, infatti, si è unita di nascosto al loro viaggio (salvo poi essere scoperta) perché l’unico ricordo che ha della madre è proprio l’esortazione a trovare le famose Luci. Maddie non sa nemmeno se sia viva o morta, ma dopo tutto ciò che ha passato nel monastero, sente che seguire il consiglio materno sia tutto ciò che le resta.
Inizialmente la convivenza fra i tre non è affatto facile, sebbene Maddie faccia finta di essere invisibile. Tamara, in particolar modo, si dimostra decisamente spietata nei suoi confronti, quasi volesse provocarla apertamente. Difatti è così: vuole a tutti i costi una sua reazione, anche negativa. Inutile dirvi quanto io abbia amato fin da subito il rapporto burrascoso tra le due donne: è talmente ovvio come dietro all’atteggiamento brusco di Tam si celi una forma di amore e protezione…Dovrete scavare a fondo per coglierla, ma ad un lettore accorto non sfuggirà.

“[…]Tamara non si era lasciata fregare. Si accaniva contro Magdalene quasi volesse trasformarla in una notte nel soldato perfetto. Al contempo, era certo che non l’avrebbe abbandonata nemmeno se fosse stata l’unica scelta possibile.[…]” 

L’incrollabile fede di Maddie è spesso fonte di contrasto tra lei e Tamara, per cui litigheranno spesso e la giovane novizia dichiarerà spesso di odiarla…Pur non credendolo neppure per un attimo.
Contrariamente a Tamara, Dave è gentile con Magdalene e la tratta con maggiore dolcezza della compagna, pur riservandole un comportamento diverso.

“[…]Tamara era la risorsa di Dave e questo lo avvertiva. Tra le scapole sentiva una spinta quando li vedeva perdersi in quegli istanti dove lei sembrava sparire. 
Magdalene non sapeva dare un nome a quel qualcosa che la feriva un po’, come quando al convento si era conficcata una spina di rosa sotto il piede e avevano dovuto tagliarle la carne per poterla estrarre. 
Dave era gentile con lei, ma in modo differente da come lo era con Tamara. Era solo sé stesso. Questo l’aveva intuito dal modo in cui entrambi, senza parlare, riuscivano a capirsi, a consolarsi, a farsi coraggio. 
Era e sarebbe rimasta quella di troppo, tra loro[…]” 

A New Austin, Magdalene subirà il primo vero impatto con la vita reale, in seguito allo scontro con delle creature mostruose e abominevoli che un tempo erano state uomini. Nonostante il terrore che da sempre la contraddistingue, per la prima volta tira fuori un coraggio da leonessa, decisa a salvare la vita di un bambino innocente e a dimostrarsi utile. Per la prima volta, Magdalene guarda in faccia la morte. Per la prima volta, Magdalene uccide. Ma uccidere non piace a nessuno, neanche quando lo si fa per salvare una vita e l’autrice è molto brava a far emergere questo messaggio attraverso i pensieri di Tamara.

“[…]Sapeva cosa provava. Era la stessa sensazione che aveva provato anche lei quando aveva ucciso per la prima volta. Erano creature abominevoli e ripugnanti mandate per fare del male, ma un tempo erano esseri umani come loro due e a uccidere le persone non ci si abituava mai, anche se si erano macchiate di crimini immondi.[…]” 

La tappa successiva, una delle tante che si frappongo tra di loro e le Luci del Nord e che li segnerà inesorabilmente, sarà New Orleans, la sola città ad aver mantenuto le sembianze di ciò che era stata un tempo, prima dell’Apocalisse.
Nonostante un’accoglienza positiva, fin calorosa, Dave e Tamara capiranno presto di essere finiti ancora una volta nella rete del ragno ed è in tale contesto che la dolce Maddie viene rapita proprio sotto il loro naso.

Ammetto che c’è stato un momento di trambusto narrativo in cui mi sono un po’ persa e ho faticato a seguire lo svolgersi delle vicende, forse perché il momento mi ha coinvolta molto emotivamente. Vedere Tamara struggersi per la scomparsa di Magdalene e il suo tentativo di salvarla mi hanno davvero commossa.

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“[…]«Giuro che verremo a riprenderti
Maddie! Te lo giuro!»
Avrebbe dovuto insegnarle  a combattere davvero. Si era illusa di poterla proteggere, di lasciarla prima o poi in qualche città sicura, ma nessun posto al mondo lo era. Lo sapeva, ma sperava che ne esistesse uno fatto su misura per quelli come lei, per quella gente stupida e ingenua che avrebbe salvato il mondo, rendendolo un posto migliore.[…]” 

È attraverso il rapimento di Magdalene, che scopriamo la sua natura di veggente. Però lei non è una semplice veggente, perché oltre a vedere il futuro può interferire con esso, agendo per mezzo delle sue stesse visioni.

Seguiranno momenti carichi di azione: tradimenti, nuovi amici e nuovi nemici, la nascita di sentimenti d’amore in Maddie, il sequestro di Dave che porterà Tamara a sacrificare parte di sé pur di salvare l’uomo che ama e poi…La fine, che però non vi svelo. Se no che gusto c’è?
Riusciranno i nostri eroi a raggiungere le Luci del Nord e a conquistare una volta per tutte la propria libertà?

“[…]Si erano strette l’una all’altra in cerca di un po’ di calore, un po’ di conforto. Quasi sorelle, perché era la vita a scegliere le anime con cui dividere l’esistenza, non il sangue. 
«Tam 
«Mmh 
«Credi in me?» 
Tamara restò immobile alcuni istanti, poi tornò verso di lei. 
«Ci ho sempre creduto. Per questo ho fatto di tutto per riportarti indietro.»[…]” 

La prima cosa su cui voglio porre l’accento è l’incredibile creatività di Alessia. Ci sono stati più passaggi durante i quali mi sono chiesta: “Ma come le è venuta in mente un’idea simile?”. Chapeau davvero, perché grazie a questa sua capacità è stato facile per me perdermi fin dalle primissime pagine nella dimensione narrata, sentendomi estremamente coinvolta nella storia, vivendo momenti di pura suspense e tensione.

Il romanzo è ricco di momenti avventurosi che mantengono alta la tensione del lettore e di misteri da risolvere che lo spingono a continuare imperterrito nella lettura. Nonostante il libro sia piuttosto lungo, infatti, l’ho esaurito in meno di una settimana, troppo curiosa di scoprire cosa sarebbe successo nelle pagine a seguire.

Inoltre, Alessia possiede un’elevata proprietà di linguaggio, che non è così facile da trovare nei romanzi in circolazione: oltre ad un’elevata varietà lessicale, il linguaggio dell’autrice  è crudo e molto realista, a tratti macabro, ma proprio per questo è sempre pertinente alla storia e consente al lettore un’immedesimazione totale.

I personaggi sono estremamente dettagliati e ciascuno possiede delle peculiarità ben distinte, che sono riscontrabili lungo tutta la narrazione, pur con notevoli evoluzioni delle loro personalità. Ho apprezzato particolarmente l’affetto che lega i personaggi, in particolar modo Dave-Tamara e Tamara-Magdalene; ho amato il modo in cui, senza effusioni di sorta né convenevoli, l’autrice ha messo in risalto come l’amore possa essere dimostrato nei gesti celati, nelle preoccupazioni per l’altro, nel tentativo di proteggere chi si ama.

La storia è lunga e molto articolata: per certi versi potrebbe risultare “difficoltosa”, poiché non è banale e Alessia si è data molto da fare nel creare degli incastri perfetti che galleggiano nell’alone di suspense e mistero da cui è contraddistinto l’intero romanzo. Per questo motivo vi dico: leggetelo e non lasciatevi scoraggiare dall’elevata quantità di informazioni che vengono date e che, inizialmente, non sembrano avere un senso. Tutto ha un senso e tutto avrà un significato: questa è la peculiarità più bella che ho riscontrato nel libro di Alessia. Sì, d’accordo, l’architettura narrativa può apparire complessa, ma a ben vedere l’autrice narra di un mondo irreale che è maschera del mondo reale. Demoni e mostri rappresentano il male del nostro tempo, un tempo in cui bene e male si confondono e si fondono, imbrogliandoci e abbindolandoci.

Dave e Tamara sono gli eroi della storia e rappresentano i buoni; tuttavia, anche loro sono dei buoni che quasi sempre fanno del male e compiono dei delitti, al solo scopo di riportare il bene sulla terra.

Se siete degli amanti del genere, divorerete il piccolo capolavoro di Alessia e non potete fare a meno a di leggerlo. Se, come me, non avete mai approcciato a letture di questo tipo, a maggior ragione consiglio di leggere questo bel romanzo: saprà sorprendervi, emozionarvi e coinvolgervi dall’inizio alla fine, com’è successo alla sottoscritta. Non ho alcun dubbio a riguardo e sono pronta a scommetterci!

 Laura Z.

Il mio giudizio:

voto-bellissimo

Recensione di: “Due” di Andrea Biondi 

Buongiorno Notters!

Oggi vi parlo di un romanzo che si discosta abbastanza dai generi che leggo abitualmente e che, anche per questo motivo, ha saputo stupirmi e intrattenere le mie giornate. Si tratta di “Due” di Andrea Biondi, un giallo tutto Made in Italy o meglio…Romagnolo DOC, proprio come ama definirsi il suo autore! Seguitemi per saperne di più su questo libro.

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TITOLO: Due
AUTORE: Andrea Biondi
EDITORE: Self-Publishing
DATA DI PUBBLICAZIONE: 7 settembre 2016
PAGINE: 256
GENERE: Giallo
FORMATO: Ebook/Cartaceo
PREZZO: € 2,99/ € 10,36

SINOSSI 

Se ti dicessero che stai rischiando la vita, così, su due piedi, ci crederesti? Se a dirtelo fosse un’avvenente e misteriosa ricercatrice assoldata per proteggerti, tu, come reagiresti? Romano, giornalista sportivo, e romagnolo DOC, proprio non sa come comportarsi quando Giulia lo accerchia, capitando “per caso” nei pressi della sua casa a Maciano, ma sa di sicuro una cosa: nell’aria c’è qualcosa di strano e la bellezza della ricercatrice non aiuta. Se per questo neanche le tonnellate di pioggia che sembrano volersi riversare tutte in una volta sulle loro teste. Ma poi, le vicende di Italo Balbo durante i suoi ultimi giorni, che attinenza hanno con questa storia? Mistero… O forse no? Tra un avance e una fuga rocambolesca per salvarsi la pelle, la storia di Romano catturerà per freschezza e azione, una dosa di sano umorismo riminese e le note speziate e frizzanti di un nuovo, sorprendete autore di stampo lucarelliano.

RECENSIONE 
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER 

 Come ho accennato, non ho particolare dimestichezza con la letteratura gialla, proprio perché raramente la scelgo come lettura. Ciononostante, quando mi confronto con libri appartenenti a questo genere, se scritti bene mi affascinano molto grazie all’alone di mistero nel quale sono intrise le loro trame, la suspense, le rivelazioni improvvise, desiderate, intuite…

Mentirei spudoratamente se affermassi di essere appassionata di questo genere narrativo (insomma, ci sarà un motivo se ne leggo pochi!) come lo sono di altri e devo ammettere che per la recensione di questo romanzo ho dovuto meditare un po’ più a lungo del solito per fissare le mie idee ed opinioni su carta. Cercherò di raccontarvelo nel miglior modo possibile, dandovi degli spunti interessanti, senza, però, svelarvi troppi contenuti. Uno spoiler eccessivo è sempre deleterio, ma nel caso di un giallo credo che lo sia decisamente di più, proprio perché la sua bellezza è racchiusa nell’ambiguità degli indizi, nella storia che si scopre pian piano, nel corso della lettura…Ecco perché mi aiuterò con numerosi estratti, per lo più riguardanti la parte iniziale del romanzo.

Devo dire in tutta onestà di aver trovato piacevole la lettura di “Due”, sebbene io mi sia accostata alla sua lettura con non pochi dubbi, proprio in virtù della mia preferenza per altri generi.
L’interesse del lettore viene subito catturato dalla figura alquanto misteriosa di Giulia, donna molto attraente che, grazie alla narrazione in prima persona, scopriamo trovarsi in quel determinato luogo e in quel determinato momento proprio per “agganciare” il protagonista della storia: Romano.

Romano è un giovane romagnolo DOC, che, nel momento in cui varca la soglia del bar in cui si trova Giulia, non può fare a meno di piantare gli occhi sulla sua splendida figura. Oltretutto, la ragazza fa di tutto per farsi notare da lui: dopo pochissime battute, riesce a farsi dare un presunto passaggio, sebbene il lettore sappia perfettamente che il suo obiettivo è parlargli e fargli chissà quale pericolosa rivelazione. I suoi pensieri sono espliciti a tal proposito, frastagliati e cozzano l’uno contro l’altro per la difficoltà ad affrontare l’argomento.
Queste primissime pagine in cui i due personaggi approcciano, scorrono velocissime grazie all’attesa creata dall’autore, che spinge il lettore ad interrogarsi sul famigerato mistero che si cela dietro alla figura di Giulia.
Accanto a ciò, subentra immediatamente una forte attrazione che porterà Giulia e Romano a scambiarsi un primo, fugace, bacio dopo pochi minuti di conoscenza. Si tratta di un gesto spontaneo, quasi sfuggito al controllo di Giulia che si trova, suo malgrado, attratta da chi non dovrebbe.

Inizialmente ho faticato un po’ a seguire l’alternarsi del punto di vista da un personaggio all’altro, perché l’autore non specifica con precisione chi stia parlando in quel momento. Dopo qualche pagina, però, ho preso dimestichezza con il modo di pensare di Giulia e di Romano e ho capito che la narrazione in prima persona continuava ad oscillare, passando alternativamente dall’una all’altro.

In seguito ad un piccolo incidente in macchina e al bacio, vista l’ora tarda, Romano propone a Giulia di ospitarla presso la sua abitazione per quella notte; è proprio la situazione ideale per lei, che per tutta la sera si è interrogata su come spiegargli il motivo della sua improvvisa presenza nella vita del ragazzo.

“[…] Vorrei non essere qui, anche se questa casa mi piace. Ho sempre amato le vecchie case. Hanno una storia da raccontare, non come quelle moderne. Mi piacerebbe ascoltarlo mentre parla dei ricordi legati a questo luogo, ma non abbiamo tempo. Non ha tempo. Forse domani… Inizio a detestare il mio lavoro. […]” 

Sì, perché Giulia si trova lì per lavoro e il suo lavoro è proprio…Romano. Quel giovane ragazzo di bell’aspetto che, assurdamente, le ha fatto provare delle strane sensazioni fin dal primo momento in cui ne ha incrociato lo sguardo. L’ha colpita nel profondo, l’ha scossa…L’ha attratta, nonostante non le sia mai successo niente di simile. Ma Giulia non vorrebbe, non dovrebbe farsi coinvolgere emotivamente con la persona coinvolta nel suo come-essere-una-donna-affascinante-600x300lavoro, soprattutto in quel caso. Romano non è un “incarico” qualsiasi, ragion per cui le reticenze interiori di Giulia nel lasciarsi andare ulteriormente (dopo il bacio di poco prima) sono forti e la conducono dritte ad una snervante battaglia fra cuore e cervello che non le da tregua.

“É la prima volta che mi capita. Non mi sono mai preoccupata di ciò che poteva succedere agli “innocenti” e questo mi ha permesso di affrontare le situazioni in modo lucido, efficace. La maggior parte della gente rifiuta di crederci, ma certe cose esistono. Non devo affezionarmi a lui. Non devo farlo. […] Il mio sguardo viene catturato dal suo orologio. La mezzanotte è passata da qualche minuto. Ho poco tempo. Fisso i suoi occhi, sono preoccupata. Non dovevo guardarli così. Ma ormai è tardi. Mi hanno catturata. […]” 

L’autore persevera nel mantenere alta la suspense, fino a quando, finalmente, svela al lettore la vera identità di Giulia, spiegandone finalmente il ruolo nella vita di Romano.

“«Devo parlarti» faccio una pausa. Non so da dove iniziare. Forse non crederai a una sola parola di quel che ti dirò e penserai che sono pazza. Ma ti prego solo di farmi finire, è importante». È difficile parlare, sempre più difficile. 
«Lavoro per un’organizzazione internazionale. Si tratta di un gruppo di osservatori. Ci occupiamo di… misteri» ora la sua espressione è strana, sorpresa forse. Appoggio la borsa sul tavolo, la apro e prendo una piccola cartellina di plastica trasparente. Su un adesivo bianco il suo nome e il suo cognome, scritti con un pennarello rosso. 
«Tu sei il mio nuovo incarico». 
Incarico. Suona davvero male, ma è la verità. Lui è il mio incarico. 
[…] Continuo a parlare senza dargli il tempo di fermarmi. Lo vedo schiudere le labbra. 
«Tu sei il discendente di Romano, il figlio di Beatrice, la donna della storia che ti ho raccontato, e sei legato alla storia degli Schiavini». 
Mi aspetto la sua risata. Arriverà, la sento. Stringo la cartellina tra le mani. 
«Se non troviamo il pugnale che Romano ha usato per uccidere il Conte» sento la mia voce esitare «tra 24 ore morirai». […]” 

La notizia è sconvolgente, una secchiata d’acqua fredda scagliata direttamente in faccia al lettore, che, per quanto fantasioso, mai e poi mai si sarebbe aspettato una simile rivelazione. Lo stesso vale per Romano, ovviamente; tuttavia, i suoi pensieri confusi e vagamente intimiditi sono concentrati sull’insindacabile bellezza della splendida ragazza che si trova dinanzi a lui. Non riesce a fare a meno di fissarle le labbra, il corpo, desiderandola nel profondo.

“[…] Niente, mi rendo conto che sto pensando a cose folli, gente che mi conosce, che mi ha fatto una scheda… Una scheda, cazzo! Foto, documenti, mio nonno. Sono cose da far venire i capelli bianchi, da non farti dormire la notte per l’angoscia. Eppure… Tutto quello a cui riesco a pensare è che mi ha già toccato due volte. Si siede, mi parla, e io penso solo al suo dito sulle mie labbra. […]” fare-lamore

L’attrazione del giovane ragazzo è notevolmente ricambiata da Giulia e, poco dopo, sfocia in un momento carico di passione: i due finiscono per trascorrere la notte insieme, abbandonandosi al desiderio provato fino a quel momento e che non sono riusciti a frenare, nonostante le circostanze siano decisamente anomale.

Subito dopo, però, Giulia si ritrova a fare i conti con la propria coscienza.

“[…] Ora che è lontano torno di nuovo lucida. Devo concentrarmi. Non ho mai provato un desiderio così forte verso uno sconosciuto, perché lui è questo per me, uno sconosciuto. Devo pensare a salvarlo, prendere di nuovo la giusta distanza. I miei desideri non contano. […]” 

Giulia non è pentita di ciò che hanno fatto, ma sa che non sarebbe dovuto accadere, dal momento che si trova lì per salvare la vita di Romano. Sa che i suoi sentimenti rischiano di mandare all’aria la missione o, quantomeno, di comprometterla.

Dal mio punto di vista, lo stesso accade alla storia, soprattutto in questa primissima parte: per quanto io abbia apprezzato molto la descrizione dell’attrazione tra i due personaggi, devo ammettere che mi ha un po’ deconcentrata dal fulcro della narrazione che verte intorno al giallo in sé. Sono stata talmente coinvolta dai sentimenti di Romano e di Giulia, da aver accantonato il mistero relativo alla sentenza di morte di lui per abbandonarmi alla bellezza dei loro desideri. Si tratta di una mia riflessione personale, che, però, non va ad intaccare la capacità stilistica dell’autore.

“[…] Ho un brivido.  
Piano piano mi sollevo, mi metto seduta. Cerco di far piano, non voglio svegliarlo. Lancio un’occhiata alla sveglia. Sono le cinque e venti. 
Mi alzo avvicinandomi alla finestra, sposto la pesante tenda e mi avvicino al vetro. Respiro piano. Ho voglia di andar via, scappare da lui. Lasciarlo qui. Mi sento un’intrusa che sbircia attraverso i buchi delle persiane della sua vita. Sbircia un vita della quale non farà mai parte. […]” 

D’altro canto, ho apprezzato particolarmente la spiccata simpatica di Romano, spontaneo e ironico in ogni situazione, persino nel momento in cui gli viene predetto il rischio di morte imminente.

Da qui in avanti, poi, la storia è un susseguirsi di sorprese e colpi di scena, che però, come promesso, non intendo svelarvi in alcun modo perché temo che potrei rovinarvi la bellezza della lettura di questo romanzo…Vi assicuro che ne vale la pena!
Per tutti i motivi che ho detto, consiglio la lettura di questo libro non solo agli amanti del genere, ma anche a chi, come me, è abituato a leggere altro: la passione tra i personaggi e il modo di fare scherzoso di Romano costellano piacevolmente la narrazione, intrecciandosi alla vicenda che è il fulcro del libro.
Lo stile dell’autore è coinvolgente e invoglia il lettore a proseguire nella lettura, incapace di abbandonarla anche solo per un attimo.

Grazie Andrea per avermi fatto scoprire nuovi orizzonti, solitamente da me inesplorati.

Laura Z.

Il mio giudizio:

voto-bello

 

 

Recensione di: ” La primavera dell’acero tridente”di Francesca Cay

Buongiorno Notters!

Oggi vi parlo di un romanzo che ha smosso in me emozioni forti, un romanzo che, durante la sua lettura, mi ha spinta a condurre una profonda analisi dell’essere umano in quanto individuo sociale…Un romanzo che fa davvero riflettere sull’importanza delle condizioni in cui si cresce per l’affermazione del proprio io.

Preparatevi a discostarvi dai “classici” romanzi che invadono le vostre librerie, perché in questo libro i temi trattati sono toccanti, per certi versi estremi e molto intimi.

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TITOLO: La primavera dell’acero tridente
AUTRICE: Francesca Cay
EDITORE: Self-Publishing
DATA DI PUBBLICAZIONE: 4 luglio 2016
GENERE: Romanzo contemporaneo
PAGINE: 276
FORMATO: Ebook/Cartaceo
PREZZO: € 0,99/€ 8,31

 


SINOSSI 

Un padre stringe in mano un regalo, è mal incartato ma fatto col cuore. Guarda il suo bambino dormire tra lenzuola candide, guarda il bianco del tessuto confondersi con la pelle sottile. Capelli ormai troppo lunghi gli ricadono sul viso, neri come il buio sferzano i lineamenti delicati. Non vuole, ma deve svegliarlo. Sarà un viaggio lungo e pesante per il piccolo Kaede ma non ha scelta, presto lasceranno quell’ospedale e il Giappone per sempre. C’è un aereo che li porterà lontano, verso la salvezza. Da allora sono trascorsi dieci anni, e Kaede continua a osservare il mondo attraverso un vetro interiore, indispensabile barriera per sopravvivere al torpore della propria mente. Un letargo senza fine che lo protegge dal passato, ma che recide la sua umanità. Non ricorda nulla dell’infanzia, del tragico rapporto perduto con la madre. Uno spiraglio di luce sembra farsi strada nei cieli grigi di Londra quando la sua vita da studente universitario s’intreccia con quella di Rey, un giovane biologo australiano. Entrambi custodiscono un segreto, entrambi sembrano legati dal filo del destino. Intanto si affaccia l’autunno, e il vecchio acero nell’ombra del terrazzo si prepara alla quiescenza. Intinge le sue foglie del colore del sangue prima di lasciarle andare. Poi si addormenta, e aspetta la primavera. Questa è la storia di una rinascita. Un romanzo di formazione, ma anche di amicizia e di amore. Alternando tempo della narrazione a flashback, il passato viene compreso, sciolto, rivisitato, esorcizzato. L’accettazione del dolore condurrà i due ragazzi alla maturazione e alla metamorfosi delle loro vite.

RECENSIONE
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER 

Ho cominciato la lettura di questo romanzo senza particolari aspettative, il che non è una cosa negativa, anzi; semplicemente, dal titolo non mi è stato possibile evincere l’argomento principale della trama e proprio per questo motivo ho scelto di non leggere la sinossi. Era come se dentro di me sentissi che sarei rimasta sorpresa nello scoprire l’alone di mistero che avvolgeva il titolo, quasi avvertissi la necessità di lasciare che la storia e i suoi personaggi si dispiegassero pian piano, rivelandosi a piccole dosi. Posso dire che mai scelta fu più azzeccata, perché “La primavera dell’acero tridente” è una storia completamente diversa dal solito. Posso affermare con certezza che non leggevo un romanzo del genere da molto tempo e di esserne rimasta piacevolmente sorpresa, oltre che soddisfatta. È una storia che mi ha saziata pienamente, che, giunta all’ultima pagina, mi ha lasciata con una sensazione di benessere addosso, quasi ogni tassello fosse tornato al proprio posto, esattamente dove doveva stare. Nessun dubbio è rimasto vacante, nessuna domanda o incertezza si sono trascinate una volta conclusa la lettura del romanzo. Non solo: mi sono sentita leggera e appagata, perché il protagonista, alla fine di un lungo e difficile calvario, è finalmente riuscito a (ri)trovare sé stesso, comprendendo i problemi subiti in passato e superandoli con successo, seppur con non poche difficoltà.

Il romanzo alterna il tempo presente a flashback sull’infanzia difficile di Kaede, il cui nome riprende quello di uno splendido acero tridente passato di generazione in generazione all’interno della sua famiglia. Nonostante questo continuo scambio di informazioni tra la vita attuale di Kaede, studente universitario a Londra, e quella passata in Giappone, non ho mai perso il filo conduttore del discorso, grazie all’estrema chiarezza, anche cronologica, sfoggiata dall’autrice. Tale precisione si manifesta particolarmente nella capacità di tratteggiare con estrema maestria le ambientazioni, al punto da essermi più volte immaginata passeggiare tra i ciliegi in fiore di Kyoto o nei più famosi quartieri londinesi, sotto una spessa coltre di nuvole grigie intrise di pioggia. La cura dei dettagli è una costante lungo tutto il romanzo e devo dire che l’ho apprezzata molto, perché mi ha permesso d’immedesimarmi al punto da sentirmi parte integrante della storia.

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Come accennato sopra, è subito chiaro che l’infanzia di Kaede non sia stata semplice, ragion per cui il romanzo si apre con una vera e propria fuga dal Giappone. Sebbene inizialmente Francesca ci tenga sulle spine, risparmiandosi sui dettagli per aumentare l’effetto suspance, capiamo che il padre di Kaede, Daniel, sta strappando il figlioletto ad una situazione critica, probabilmente costellata da angherie di ogni sorta, che, però, scopriremo solo verso la fine del romanzo.

In seguito a questo breve excursus sul passato, ritroviamo, infatti, un Kaede cresciuto, ma incapace di relazionarsi alle altre persone, timoroso di un qualsiasi contatto sociale e dedito all’isolamento quasi totale. Ciò che più sconvolge, però, è il fatto che non ricordi assolutamente nulla del suo trascorso che intuiamo essere stato terribile; anche lui lo riscopre pian piano insieme al lettore, soprattutto a partire dal momento in cui conosce Rey.

Rey è il suo nuovo insegnante del corso sul comportamento degli insetti, sebbene sia estremamente giovane per quel ruolo. Il suo atteggiamento spontaneo e solare riuscirà lentamente a farlo avvicinare a Kaede, cosa che nessuno era mai stato in grado di fare prima di allora, nemmeno il padre.

“[…] Il suo modo di fare era diventato più sicuro, aveva abbandonato ogni formalità, ogni innaturale premura. Sembrava capace ormai di eludere il suo silenzio, le sue difese sottili come carta velina. Era il pensiero di qualcuno in grado di scrutarlo così a fondo che lo inquietava, quella prepotenza così affabile usata con furbizia. Oppure era solo la sua paura, quel dannato terrore che gli ustionava le mani quando si accostava a ciò che non conosceva. […]” 

Inizialmente capita spesso che Rey faccia domande scomode o che tocchi accidentalmente gli argomenti sbagliati, tuttavia non si perde d’animo e, con pazienza e dedizione, continua a frequentare il ragazzo, scoprendo a piccole dosi la bellissima persona che si cela in Kaede e che nessuno ha mai avuto il piacere di conoscere a causa delle barriere da lui stesso imposte.

“[…] Nessuno aveva mai saputo tanto della sua vita privata prima d’ora. Si sentì scoperto, il cuore messo a nudo, così vulnerabile davanti a lui da provarne vergogna. La pece liquida dei suoi occhi implorava clemenza. Non aveva più niente da mostrare, tutto ciò che aveva era già stato esibito. Spostò lo sguardo sul suo bicchiere. Aveva confessato una parte di sé a una persona che conosceva appena. Assurdo. Non era stato obbligato a farlo, ma aveva scelto di rispondere. Perché un grido di aiuto scaturito dall’inconscio? Si irrigidì a quel pensiero ridicolo. […] Ma come avrebbe potuto aiutarlo un estraneo? E a far cosa poi? Nemmeno l’aiuto di Dio sarebbe servito, tutto era inutile, come grandine sul mare. […]” 

Kaede si rende conto che il suo rapporto con il giovane professore, nonché vicino di casa, sta diventando qualcosa di più forte e profondo, tale da rassomigliare un sentimento che non ha mai provato: l’amicizia. Ben presto subirà una profonda crisi interiore, ritrovandosi a fare a pugni con sé stesso, diviso tra la paura di spingersi oltre, di sperimentare nuove sensazioni, le stesse da cui si è scrupolosamente tenuto alla larga per tutta la vita, e la voglia di lasciarsi andare, di abbandonarsi a qualcuno, di aprirsi, di raccontarsi, di rivelarsi completamente senza più inibizioni.

“[…] Eppure aveva sentito la sua mancanza, una specie di vuoto, al quale non era abituato. Rey era capace di centrare con sfortunato tempismo gli argomenti sbagliati, di spingerlo al limite delle sue paure, ma era anche in grado di rimediare. La sua presenza allentava il disagio, alleggeriva il peso di quella mente occlusa. Per la prima volta si era sorpreso a pensare a lui non come a un estraneo, né come al suo docente. Un amico: poteva definirlo tale? Era proprio questo a inquietarlo? Un neonato sentimento d’amicizia che lo spaventava e che desiderava ad un tempo. […]” 

Kaede invidia il carattere spontaneo di Rey, che non si lascia scomporre da nulla, che non ha paura di niente, che vive alla giornata, senza lasciarsi intimorire dalle novità, come invece accade costantemente a lui.

“[…] Era una reazione a lui completamente estranea, opposta alla sua rigidità. Tranquillità, normalità, autocontrollo. Doti che a lui erano precluse. […]” 

Kaede non se ne ricorda, ma molti anni prima ha già avuto un amico, un vero amico, proprio quando viveva a Kyoto: Yuki.
Yuki era energia e vitalità allo stato puro, l’essenza della gioia fatta a bambino. Per il periodo di tempo in cui furono amici, la vita di Kaede fu sopportabile, addirittura piacevole per lui.

“[…] Una risata, di quelle che scaldano il cuore, forte, rassicurante, che non si dimenticano. 
Yuki era il sole. 
«Sicuro! Basta… dai che schifo! Ho promesso!» 
Kaede era la sua ombra. 
«Le promesse si mantengono, ricordati.» 
E quando il sole cala, le ombre scompaiono. 
Tutto diventa buio e nulla si può più distinguere. […] 

[…] Assieme a Yuki poteva farcela. Non era più solo, con lui c’era il suo braccio destro, il suo indispensabile aiutante, la sua ancora. […] Kaede aveva capito che una regolare manutenzione è indispensabile se si vuole far sopravvivere qualcosa nel tempo, e tale principio, doveva applicarsi agli oggetti quanto ai sentimenti. […]” 

Pagina dopo pagina, nel corso dei numerosi flashback sulla sua infanzia trascorsa inGiappone, ci scontriamo con la figura gelida e scostante della madre Natsumi, che si rivela estremamente esigente nei confronti del piccolo Kaede. Pretende che il figlio si dedichi esclusivamente allo studio e che diventi il numero uno della scuola che frequenta e che è particolarmente rinomata per il suo livello di difficoltà. Per tutta l’infanzia, Kaede non fa altro che cercare di raggiungere questo risultato, studiando fino a consumarsi, subendo punizioni estreme, come il digiuno forzato, l’isolamento in un ripostiglio o l’imposizione di un insegnante privato che non esita ad usare violenza su di lui.

Il padre Daniel è perennemente fuori per lavoro e rientra a casa di rado, tuttavia coglie subito delle anomalie nei metodi educativi della moglie, nonché nel comportamento ossessivo di Kaede nei confronti dello studio. Nel momento in cui quest’ultimo perde l’amico Yuki, viene travolto da un vero e proprio tracollo emotivo, cui Natsumi decide di far fronte somministrandogli degli antidepressivi di nascosto dal padre. Accecato dall’amore/timore che prova per lei, Kaede obbedisce e per un breve periodo sembra rinsavire, tornando ad applicarsi agli studi proprio come Natsumi tanto desidera. Ciononostante, Daniel decide in segreto di portarlo via da lì il prima possibile, strappandolo dalle grinfie di una madre malata mentalmente e da un Giappone contraddistinto da un’educazione particolarmente severa. Fissa la partenza per Londra proprio nel giorno in cui escono i famigerati risultati a scuola: Kaede è riuscito ad essere il primo, ma non è felice. Vicino a sé, nota una bambina in lacrime sgridata dal genitore.

“[…] Il genitore le stringeva forte il polso, la rimproverava. Con lo sguardo deluso le chiedeva perché non fosse riuscita a mantenere il primo posto anche qui. 

[…] Era un’illusione, Yuki aveva cercato di farglielo capire tante volte. La sua libertà, era solo un’utopia. In quell’elenco, non vi era traccia di salvezza. Essere il numero uno significava lottare per tenere stretta la posizione. Significava lottare per non deludere chi si aspettava che quel numero non cambiasse mai. Quel numero era una nuova prigione, e sua madre non l’avrebbe abbracciato, né baciato, lodato. Gli avrebbe detto solo di continuare. Si rese conto, guardando quei due sconosciuti, che aveva lavorato fino a consumarsi per costruire la sua prossima gabbia, con la facciata di una sontuosa villa a coprire le sbarre. […]” 

Nel momento in cui Kaede, ormai adulto, viene travolto dalla fiumana di ricordi sul proprio passato, rischia d’impazzire per il dolore provato e per il rimpianto…Ma ancora una volta, Rey si prende cura di lui, standogli vicino e aiutandolo ad accettare ciò che ormai niente e nessuno potrà cambiare. È soprattutto grazie a Rey se Kaede riesce a risollevarsi e a farsi forza per un futuro migliore.

“[…] Gli aveva detto che doveva prendersi il suo tempo, riconciliarsi col passato, affrontarlo, accettarlo, assimilarlo come parte del proprio io, non sarebbe stato un cammino agevole. Roseo o maledetto, ordinario o singolare, il passato ci guida nella costruzione del futuro. Noi siamo il nostro passato, che cerchiamo di setacciare dagli errori e dalla sofferenza per avanzare nei gradini successivi. Fondamento necessario se si vuole proseguire nella fabbricazione dell’edificio, ignorarlo significa erigere baracche destinate a crollare. Per Kaede era questo il momento di innalzare i muri portanti. Un po’ di pazienza, aveva concluso, e sarà uno splendido palazzo.[…]” foto_733

C’è molto amore in questa storia, ma non si tratta di quell’amore che siamo abituati a leggere e che pure ci piace tanto. Qui l’amore emerge nei piccoli gesti d’amicizia, nelle preoccupazioni di un padre assalito dai rimorsi, nel gesto di un fratello che non riesce a perdonarsi un errore che gli è risultato fatale. L’amore che nasce sulla scia del dolore e che, proprio per questa sua caratteristica, si fa strada con discrezione, ma è più potente di qualunque avversità.

“[…] Sentì di essere governato da un’emozione violenta, istintiva, indomabile. 
Gelosia. 
L’aveva riconosciuta quell’emozione feroce, l’ibrido tra la furia e la frustrazione. C’era voluta una graziosa ragazza sulla soglia di casa per risvegliare la sua mente. Una minaccia che lo scuotesse, che lo mettesse di fronte alla possibilità di perdere il posto accanto a lui. Era difficile da accettare. Quasi impossibile da ammettere. Ma adesso era troppo chiaro, non avrebbe potuto sconfessare quella verità. Non era stato capace di comprendere, di mettere a fuoco cosa avesse dentro. Non aveva mai voluto pensarci davvero. […]” 

Il romanzo di Francesca è costellato da numerosi momenti introspettivi, aiuta a riflettere sull’importanza dei veri sentimenti e su ciò che davvero conta nella vita per autodefinirsi come persone.

Ho amato il personaggio di Yuki, la sua spontanea saggezza di bambino e la ventata di positività e fiducia che ha portato nella vita di Kaede, sebbene per un breve lasso di tempo. Tuttavia, non ci sono personaggi che non mi siano piaciuti, perché nel loro ruolo sono delineati tutti con incredibile precisione e coerenza: persino la crudele Natsumi, che alla fine trova uno spiraglio di riscatto.

La sofferenza di Kaede é papabile lungo l’intero corso del romanzo, grazie alla narrazione in prima persona che permette a chi legge di conoscerne i pensieri con estrema precisione. Allo stesso modo, ho amato follemente Rey, perché mi è stato subito chiaro che solo lui potesse sostituirsi al sole che un tempo era stato Yuki.

Ho trovato la padronanza stilistica di Francesca davvero superba. Il romanzo è intenso, coinvolgente, intriso di emozioni che in nessun modo possono lasciare indifferente il lettore. Oltretutto lancia un messaggio bellissimo, ragion per cui tutti dovrebbero leggerlo: il passato non si può cambiare, per quanto brutto possa essere stato, ma affrontandolo e  accettandolo, si può utilizzare per costruire un futuro migliore. Sempre.

Consiglio a tutti la lettura di questo libro.
Grazie Francesca per il tuo piccolo capolavoro.

Laura Z.

Il mio giudizio:

voto-ottimo