Recensione di: “L’ultimo Abele: Storia di una ossessione” di Massimo Della Penna

Buongiorno Notters!
In questa giornata primaverile (finalmente!), vi facciamo compagnia con le nostre recensioni.
Questa settimana ho letto “L’ultimo Abele: storia di una ossessione” di Massimo Della Penna.
Cosa ne penso?
… Curiosi eh?! 🙂
Che aspettate, leggete qui!!

divisorioabele

 

TITOLO: L’ultimo Abele: Storia di una ossessione
AUTORE: Massimo Della Penna
EDITORE: Self-Publishing
DATA PUBBLICAZIONE: Novembre 2015
GENERE: Narrativa
FORMATO: Ebook/Cartaceo
PREZZO: € 1,88/ € 10,73

 

SINOSSI

Non vedrò mai questo libro. Verrà dato alle stampe dopo che avrò reso l’anima a Dio. Ormai ci siamo quasi. Non sarò io a raccontarvi la mia storia, ma l’unico grande amore della mia vita. L’ha già scritta e io l’ho già letta. È la tragedia in tre atti di un avvocato emigrato e di un bieco tradimento, che non meritavamo. È la storia di un Caino celato dietro un nome innocente quanto Abele. È una storia di redenzione ed espiazione, di un’autentica ossessione consumata al buio degli anni. Ma non lasciatevi ingannare. Non credete a una parola. Non credete ai vostri occhi. Perché niente è come sembra. Niente.

RECENSIONE

“Ma non lasciatevi ingannare. Non credete a una parola. Non credete ai vostri occhi. Perché niente è come sembra. Niente”.

Con queste parole l’autore ha deciso di concludere la sinossi e, con queste parole io ho deciso di iniziare a raccontarvi questo libro perché mai niente è stato più azzeccato.
Mai niente è più vero.

“L’ultimo Abele: storia di una ossessione” è un libro che inganna.
Dico la verità, ho iniziato a leggerlo con una punta di scetticismo che mi sono portata dietro fino a metà libro.
Non riuscivo a capire pienamente il senso di alcuni capitoli, il senso di alcune storie raccontate dall’autore; spesso mi sembrava tutto alquanto ripetitivo e non ne capivo il significato.
Non riuscivo a fare collegamenti, a capacitarmi di come i salti temporali tra presente e passato potessero c’entrare l’uno con l’altro.
Insomma, inizialmente per me questa è stata una lettura “complicata”.

Ma sapete il vero motivo qual era?
Il problema ero io.
Man mano che leggevo, che andavo avanti con la lettura, ho capito che ero io a sbagliare: non leggevo tra le righe.
Non coglievo quello che l’autore ha voluto fin dall’inizio trasmettere al lettore perché avevo i famosi “occhi foderati di prosciutto”, o meglio, foderati di superficialità.
Superficialità nel leggere, nello scoprire cosa aveva da darmi e da trasmettermi questa storia che, in realtà, è tutt’altro che superficiale.
Ho capito solo nelle ultime pagine la profondità e la bellezza di questo libro.
Ah, se solo l’avessi capito fin da subito!
L’avrei, certamente, letto con occhi diversi; non con occhi di sfida o di supponenza, ma con occhi colmi di malinconia e di affetto.
Si perché alla fine, questo è proprio uno di quei libri in cui non si può fare a meno di affezionarsi al protagonista.
Ecco perché questo è un libro che inganna.
Ti fa credere che sia tutto li, racchiuso in quelle pagine, quando in realtà ha un mondo intero alle spalle, un po’ come fosse la punta di un iceberg.

Questa è la storia di Giuda Asola.
Nome alquanto singolare, no?
Anche questo, come per il resto della storia, lo scopriremo solo a lettura inoltrata, il nostro Massimo ha voluto creare “suspense” a tutti gli effetti!
Avvocato emigrato dal Sud Italia all’affascinante e nebbiosa Milano per lavoro, Giuda ci racconta in maniera ironica, divertente e con quella punta di amarezza che non guasta mai, della difficoltà dell’approdare per la prima volta in una città sconosciuta, estremamente differente dalla propria realtà, di doversi adattare a mentalità diverse, abitudini diverse e di farsi accettare per quel che si è, senza doversi per forza plasmare ad un qualcosa che non ci appartiene.image (3)

A Milano, soprattutto presso le law firm , c’è quest’usanza barbara di accogliere clienti e controparti estere in supposti  (e che supposte!) ristoranti consoni alle varie etnie. Ecco che i cinesi li port i a Paolo Sars, il quartiere cinese di Milano così ribattezzato, a parziale pres a per culo di Via Paolo Sarpi, in seguito alla nota malattia.
Gli Argentini al Don Juan.
Ai Turchi non li porti da nessuna parte, ma fai ven ire su in studio due kebab da Peck alla modica cifra di 800 euro/gr.
I Palestinesi li porti in qualche localino lungo la  striscia del naviglio.
Gli Israeliani in qualche localino sull’altra sponda.
In ossequio a questo costume, la settimana scorsa ho portato dei clienti giapponesi al sushi-risto di Armani, il mai troppo osannato Nobu; come se il ristorante dell’uomo-lampada avesse qualcosa a che spartire con una delle più millenarie culture e non fosse un covo di migno ttone col radar  per i portafogli al posto del cuore.

Ci racconta dei diversi modi di approcciarsi all’avvocatura paragonando quindi l’avvocato napoletano a quello milanese e a quello romano.
Ci racconta della sua esperienza nello studio in cui lavora, delle difficoltà di sottostare ad un capo donna, della “bellezza” di avere colleghi/amici, di condividere.

Così, tra un’avventura…

[…] «Boh, se mi vuole mi ricerca, ma la foto… vabbè pace, senti, sai che ho fatto un investimento disastroso?».
«Vero? E quanto hai investito?».
«Chi  hai investito, vorrai dire. La sorella della boss» .
«Hai comprato la sorella del boss? Ma porcamignotta ».
«Ma che dici! L’ho investita con la vespa, tornando  dal classico aperitivo categorico di studio, ero ciucco, e quella non  mi va ad attraversare fuori dalle strisce? Non ci posso passare, sua sorella, ti pare possibile?».
«Eh porcamignotta no, è proprio anti-possibile».

… E l’altra, immergendoci nella lettura, impariamo a conoscere il nostro Giuda.
Impariamo a capirne il carattere e il velato cinismo che sfoggia descrivendo la società di oggi, il #duemilaquindici.
Impariamo a capire il vero senso dell’amicizia, il rispetto reciproco, il rispetto per i ricordi.
Impariamo a capire che l’Amore è quel motore che fa girare il mondo; e non importa in quale forma sia, perché è qualcosa che salva la vita. image (4)
Impariamo a capire che non esistono etichette alcune, che i pregiudizi non sono nulla, se non gli diamo importanza noi per primi.

Pippo: «I ga-gay non sono no-normali». Praticante Gnocca: «Certo che no, sono contro natura».
Drugo: «Voi siete cattolici?».
Praticante Gnocca: «Certo, come il name partner ».
Drugo: «Beh allora lasciatevi dire che dovreste stu diare meglio le fonti, perché anche camminare sull’acqua, far alzare e cam minare i morti e moltiplicare pani e pesci è un tantinello contro natura» .

Impariamo a capire che il diverso è bello, che non c’è giusto o sbagliato, e che fare del bene alla fine paga sempre anche se apparentemente non sembra così.

Giuda, questo strano personaggio che odia tanto il suo nome (… Chissà poi che sia lui), non è semplicemente un avvocato.
È un maestro di vita.
Perché questo libro insegna, attraverso la voce del protagonista.
Ci insegna che un nome è un etichetta e che chi si chiama Giuda non è necessariamente un traditore.
E poi, alla fine Giuda, quel nome tanto odiato è riuscito anche ad amarlo.
Perché in realtà, cos’è un nome?
Semplicemente un nome, ecco.
Non ti segna il carattere, l’essere, l’io.
Tu sei quello che sei, a prescindere da come ti chiami, punto.

“L’ultimo Abele: storia di una ossessione” è si una tragedia, ma a me piace pensare che in realtà sia una commedia.
Perchè è una storia che, tutto sommato, fa sorridere.
È una storia che racconta la dura è spietata realtà in cui viviamo, ma lo fa quasi con leggerezza.
In un certo momento del racconto, sembra quasi che il lettore si ritrovi catapultato in teatro ad ascoltare, affascinato, il monologo di un satirico.
Il lettore subirà passivamente le emozioni del protagonista, non potrà farne a meno; rimbalzano dall’uno all’altro come fosse una pallina di gomma impazzita.
Così si ritroverà a ridere a crepapelle per gli aneddoti di vita raccontati da Giuda, per poi piangere come un bambino per tutte le ultime trenta pagine.
Perché questo libro racconta una storia che è, in realtà, delicata, emozionante, triste.
Ma più di tutti è crudele, perché nel momento stesso in cui la storia stessa entra nel cuore del lettore, ecco che accade qualcosa che lo spezza in due.
Qualcosa che strappa via con brutalità quell’attimo di serenità trovata dopo una lettura ad ostacoli.

Massimo Della Penna, con questo libro, mi ha scombussolato.
Nel momento esatto in cui ho letto l’ultima parola della storia e ho chiuso il libro, non riuscivo a capire come mi sentissi.
Un misto di tristezza, amarezza, dolcezza, comprensione e stupore si è impossessato di me e non mi ha lasciata per tutto il giorno.
Ho pensato e ripensato a Giuda e alla sua storia per tutto il giorno, senza capacitarmi di come, alla fine, questo libro mi abbia sorpresa.
Spiazzata, completamente spiazzata.
Ecco come mi sentivo.
Possibile che solo trenta pagine possano stravolgere un intero libro?
Possibile che possano distruggere, annientare il pensiero che mi ero fatta fino a quel momento?
Beh, cari lettori ossessivo-compulsivo, leggere questo libro e capirete che con Massimo Della Penna tutto è possibile.

Una scrittura graffiante, ironica, divertente e affascinante con scorci di passato alternati al presente, accompagna in maniera convincente tutta la storia.
Se posso fare una critica avrei preferito che fosse dato modo al lettore di arrivare prima all’atto finale, quello della rivelazione, (il “clou” per dirla alla Giuda) in modo tale da congiungere tutti i tasselli del puzzle e ricostruirlo senza confondersi.

Per il resto…
Leggetelo Notters, è un libro troppo particolare per non lasciargli un posticino nella vostra libreria! 😉

Edna

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12 pensieri su “Recensione di: “L’ultimo Abele: Storia di una ossessione” di Massimo Della Penna

  1. avvocatolo ha detto:

    Onorato… commosso… STRAFELICE di questa recensione stupenda e che coglie davvero alla perfezione le mie intenzioni più rosee su cui fantasticavo nello scrivere! Volevo assolutamente scrivere “due” libri, uno che sarebbe apparso alla prima lettura e il secondo che si svela solo dopo averlo letto la prima volta. Commosso davvero!!! Grazie grazie grazie!

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