Recensione di: “Un certo tipo di tristezza” di Sara Gavioli

Domandina per voi Notters,

sapreste meglio definire una persona “strana”? Sara Gavioli ci riesce. Con “un certo tipo di tristezza”, l’autrice ci porta nella mente e nella vita di Anna, una ragazza.. Strana. Straconsigliato, carissimi, a tutti quelli che spesso vengono fraintesi o incompresi 😉

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TITOLO: Un certo tipo di tristezza
AUTORE: Sara Gavioli
EDITORE: Inspired Digital Publishing
DATA PUBBLICAZIONE: 24 Febbraio 2016
FORMATO: eBook
GENERE: Romanzo generale, romanzo di formazione
PAGINE: 350
PREZZO: € 1,99
LINK DI ACQUISTO: qui

SINOSSI

Convinta che il mondo lì fuori la rifiuti, Anna decide di chiudersi in una tana fatta di incertezze e fragilità. Un giorno, però, un’opportunità inaspettata la trascina in quello che impara a considerare il suo ambiente naturale: una casa isolata in montagna, con accanto un paesino in cui ogni persona ha una storia.

Sarà in particolare una di queste storie, sigillata fra le pagine di vecchi diari ingialliti, che la porterà ad interrompere la sua staticità, le sue incessanti riflessioni ed i suoi dubbi ed incertezze, spronandola a reagire per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe.

RECENSIONE
***ATTENZIONE,POSSIBILI SPOILER***

Essere strani è spesso una condizione non meglio definibile, almeno in termini popolani. “È.. strana” e basta. In termini clinici probabilmente esiste una definizione più specifica per diverse forme di stranezza, ma Anna, la protagonista, non se ne preoccupa. Sa di essere strana, genericamente, ma nello specifico non è ben chiaro in cosa. È diversa, è solitaria, la sua mente lavora in modo diverso da quelle degli altri.

Impiega dieci anni per laurearsi e terminati gli studi non ha la più pallida idea di cosa fare, della sua vita, come lavoro, con il suo monolocale, con i genitori, con le persone, con la vita. Le basterebbe fumare una sigaretta dietro l’altra e accumulare cose sulle sedie e nel lavello.

“Avevo deciso. O meglio, qualcosa in me lo aveva fatto. Non ero sicura. Forse ero solo autistica.”

Tanto che quando arriva un occasione quasi non ci crede. Inizialmente non le viene descritto l’impiego nello specifico, capirà cosa fare e come farlo solo dopo. Custode in una grande casa, la cui unica inquilina è venuta a mancare da poco.

Con l’aura di mistero insita di questo compito, Anna si trova catapultata nel suo impiego ideale quasi senza accorgersene. Le viene mostrato cosa fare, c’è un libricino con tutte le indicazioni da seguire, in caso di neve, se manca la luce, per i topi. La casa è isolata, il paesino a diversi minuti di strada a piedi, spesso manca la luce, poi torna, da se. Un’avventura in piena regola.

La dispensa è piena, il mazzo di chiavi sul tavolino in ingresso, per non perderlo.

In un ripostiglio, dentro ad un baule, i diari della signora che abitava la casa. Sul fondo una chiave che apre la porta della vita di Rachele.

Così pagina dopo pagina, le storie di Rachele e di Anna si intrecciano, scandite dai capitoli, dagli anni che la giovane Rachele passa da sola, con i suoi gatti, in quella casa, prima incinta e nascosta, poi mamma a cui viene strappata la sua bambina, che non vedrà più, dal padre della piccola, che deve tenere la donna nascosta, dall’opinione pubblica.

Ogni esperienza, ogni scoperta, ogni sfida per Anna è un nuovo modo per sentirsi diversa dagli altri, mai compresa o accettata, come Rachele.

“«Che strano», commentavano tutti ogni volta, quando dicevo che vivevo per conto mio. Avevo insistito per passare lì la prima notte da subito. Non c’era ancora corrente, il contratto andava finalizzato. Avevo portato con me un sacchetto pieno di candele; ero rimasta sveglia a fissare le fiammelle incerte, avevo pianto fra le mani per salutare la novità nella mia vita. Ero sola. Finalmente.”

Alti e bassi, la prima passeggiata verso e dal paese è una sfida insormontabile, e le persone, quelle venti persone che abitano lì, sono decisamente troppe personalità, e troppo poche perché possano ignorare la nuova ragazza. A volte è davvero troppo per Anna. E allora lei corre di nuovo verso se stessa, si chiude attorno all’anima le coperte rosa della camera che ha scelto nella grande casa isolata ed è di nuovo buio e silenzio.

“Non volevo che qualcuno si preoccupasse. Volevo secernere un liquido vischioso che mi avrebbe creato un bozzolo intorno, chiudermi dentro e lasciare il cellulare spento. Fuori il cielo non smetteva di cadere.”

E c’è Lidia, unica amica dopo davvero tanto tempo. Lavora nel bar in paese ed è strana anche lei. Sono anime affini e si comprendono, c’è la voglia di salvarsi a vicenda. Solo che tutto sta per finire, ad Anna è stato detto cosa fare da Novembre a Febbraio.. E dopo? Proprio quando la depressione più nera incombe sul futuro della trentenne, arriva una seconda occasione che riserverà la sorpresa di conoscere l’autrice dei diari che le hanno tenuto compagnia per settimane: Rachele è viva, aveva voluto evadere, fuggire. Dopo anni passati rinchiusa, sola, con la nipote come solo svago e vista sul mondo esterno, la donna aveva detto basta ed era partita, con l’aiuto dell’unica parente rimastale accanto.

Dalla nipote appunto, Isabella, stessa datrice di lavoro per questo primo incarico arriva la proposta “vuoi conoscerla?”. E così Anna parte di nuovo, non più verso una casa vuota e un ricordo doloroso, ma per andare incontro ad una persona anziana e stanca di nascondersi al mondo.

Lidia ha tentato di salvare Anna, riuscirà ora Anna a salvare Rachele?

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La tecnica di scrittura adottata da Sara Gavioli, autrice di “Un certo tipo di tristezza”, è a dir poco sorprendente. Frasi brevi, concise, estremamente espressive e illuminanti su come il personaggio di Anna vive la sua condizione di “stranezza”. Una piacevole avventura questo breve romanzo, di cui ho personalmente apprezzato lo stile e la particolarità dello stesso. Estremamente consigliato a chi si guarda allo specchio, si riconosce solo a volte, ma ognuna di quelle si chiede cosa manca.

Francesca 🙂

Il mio giudizio:

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