Recensione di: “Quell’amore portato dall’Africa” Tiziana Cazziero

Buongiorno Notters!
Sono veramente ansiosa di raccontarvi il libro che mi ha tenuto compagnia per ben…Due sere! Ebbene sì, d’altronde quando un romanzo si lascia letteralmente divorare…Seguitemi per saperne di più di “Quell’amore portato dall’Africa” di Tiziana Cazziero!

 

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TITOLO: Quell’amore portato dall’Africa
AUTRICE: Tiziana Cazziero
GENERE: Romanzo sentimentale/emozionante
EDITORE: Rizzoli
DATA DI PUBBLICAZIONE: 30 settembre 2016
PAGINE: 113
FORMATO: Ebook
PREZZO: 2,99 €

 

SINOSSI

Chi vuole sul serio qualcosa trova una strada, gli altri una scusa. Un progetto letterario e un lutto da superare spingono la giovane scrittrice Cristina Morru a partire per il continente nero. In uno sperduto villaggio del Congo scoprirà una nuova se stessa e soprattutto l’amore, che veste i panni di Jonathan Weiss, medico americano volontario. Ma l’imprevisto si accanisce su Cristina: un tragico evento la porta via dalla sua nuova vita. Sarà costretta a lasciare l’Africa, una terra che nonostante tutto le manca e che ha imparato ad amare sopra ogni cosa. E soprattutto le mancherà Jonathan, quell’uomo che le ha riempito il cuore. Ma proprio quando ormai tutto sembra perduto, uno spiraglio di luce si affaccerà nuovamente su Cristina. La luce calda e viva dell’Africa, dove tutto può succedere, dove tutto può rinascere.

RECENSIONE
ATTENZIONE POSSIBILI SPOILER

L’Africa è una terra sacra, una realtà che si discosta totalmente da quella che siamo abituati ad affrontare giorno dopo giorno, nel lusso delle nostre città. Sì, perché non importa quale sia la nostra condizione economica o lavorativa: di fatto, possiamo considerarci agiati in confronto alla situazione vissuta da numerosissime popolazioni africane, ancor oggi ridotte a battersi quotidianamente per racimolare quel poco cibo necessario alla propria sopravvivenza.

Noi non abbiamo idea di cosa sia la fame. Noi non abbiamo idea di cosa significhi non possedere l’istruzione base, quell’istruzione che spesso ci pesa. Noi non abbiamo idea di cosa significhi morire per un raffreddore. Per fortuna, oserei dire, ma aggiungerei anche un “purtroppo”. Avete capito bene, cari Notters; purtroppo, perché leggendo il romanzo di Tiziana Cazziero mi sono resa conto di quante cose sottovalutiamo, di quante cose ci fa comodo ignorare. Credo che sia anche per questo che “Quell’amore portato dall’Africa” mi è piaciuto tanto: oltre ad essere scritto molto bene, con un linguaggio curato e scorrevole, mediante flashback che rendono accattivante la lettura, ha smosso in me emozioni profonde, fra le quali anche una sorta di nostalgia, dovuta, probabilmente, all’immedesimazione con la protagonista. E quando un romanzo arriva dritto al cuore del lettore, scuotendolo e facendolo completamente suo, significa che ha fatto centro.

Cristina – la protagonista – è rientrata da poco da un viaggio in Congo e, oltre a nutrire una profonda malinconia per il continente nero appena lasciato, si ritrova ad essere prigioniera in casa sua. L’abitazione, infatti, è stata presa d’assedio da giornalisti che vogliono intervistarla. Il motivo? Durante il suddetto viaggio in Congo, è stata rapita da un gruppo di dissidenti che l’ha tenuta prigioniera per un mese prima che le forze militari la liberassero, rispedendola, suo malgrado, in Italia.

Scopriamo subito che Cristina non è una ragazza come tante: lei non ama la fama e la notorietà acquisite in seguito al suo sequestro, vuole semplicemente essere lasciata sola a godersi i ricordi di quella terra selvaggia in cui, nonostante tutto, ha lasciato un pezzo di cuore. Non è un modo di dire, perché durante la sua permanenza in Africa, Cristina si è innamorata. Ma andiamo con ordine.

Cristina è una scrittrice e vorrebbe trasformare la sua passione in una professione. Per questo motivo ha scelto di aderire ad un progetto letterario che prevedeva un viaggio in Congo insieme ad altri autori per scrivere un libro che testimoniasse le condizioni di vita del villaggio in cui sarebbero stati ospiti. Il reale movente che la spinge a partire, tuttavia, è l’improvvisa morte del padre a cui era particolarmente legata.
L’ultimo ricordo che conserva di lui è quello di un loro litigio, avvenuto due giorni prima che morisse; il rimpianto la perseguita e non la lascia vivere tanto quanto l’incapacità della madre di andare avanti, tant’è che si ostina ad apparecchiare ogni giorno anche per il marito deceduto. Così, Cristina, un po’ per sfinimento, un po’ per il reale bisogno di prendere le distanze da quella realtà che non le appartiene più, decide di aderire al progetto letterario e parte per il Congo.

“[…] Non era carino da parte mia mostrare quelle insicurezze, ma preferii essere sincera, non avevo voglia di indossare una maschera anche lì. Era il motivo che mi aveva spinto a partire, volevo deporre la finzione ed essere me stessa, volevo sentirmi libera. Al contempo però non volevo deludere nessuno, questa era la mia più grande paura.”

Inizialmente fa molta fatica ad adattarsi allo stile di vita del villaggio, contraddistinto dalla miseria più totale. È estremamente sincera e umile nell’ammettere i propri limiti, ragion per cui l’ho enormemente apprezzata. Non si nasconde dietro a un dito, non cerca di fare l’eroina che non è: ammette molto semplicemente di non sopportare determinate condizioni.

“[…] Le persone mi guardavano con curiosità, ogni tanto qualche bambino si avvicinava correndo per toccarmi e accarezzarmi. Non volevo offenderli, cercavo di rispondere ai loro tocchi con gentilezza, ma in verità non volevo il loro contatto. Erano sporchi, probabilmente non facevano un bagno da chissà quanto tempo, se mai ne avevano fatto uno. Mi vergognai dei miei pensieri.
«Sei stata vaccinata a dovere prima di arrivare qui. Tranquilla, non puoi prendere alcuna malattia» disse Roberto leggendomi nel pensiero.
«Mi spiace, è davvero così evidente?»
«Ci farai l’abitudine. Ricorda, se superi una settimana, hai vinto» disse ancora. Questa volta mi sforzai anch’io di sorridere. Non sapevo che cosa sperare, se scappare via o vincere come aveva detto lui.”

Ciò nonostante, Cristina tiene duro e si sforza di ambientarsi e di socializzare con la diffidente popolazione locale, anche grazie all’aiuto dei volontari provenienti da tutto il mondo che, giorno dopo giorno, assistono la popolazione.
La sua semplicità e la sua voglia di mettersi in gioco la portano a diventare la beniamina dei bambini del villaggio, ma anche delle donne, solitamente più sospettose nei confronti degli sconosciuti.
È in tale contesto che Cristina, tra uno strafalcione e l’altro – ammettiamolo, spesso è adorabilmente goffa e s’imbarazza per un nonnulla -, conosce il dottor Jonathan Weiss, di origine italo-americana. Rimane subito colpita dalla figura di questo medico all’apparenza burbero e distaccato, ma in grado di rivelare la parte migliore di sé quando si trova in mezzo ai bambini.

“[…] Era in mezzo a un gruppo di bambini che ridevano e giocavano tutto intorno e lui si adoperava a loro favore impugnando delle siringhe e facendo loro delle iniezioni. La sua bocca era carnosa, sempre pronta a un sorriso smagliante che regalava gentilmente ai suoi piccoli pazienti. Ogni tanto qualche bambino piangeva, si lanciava in grida disperate per via del tocco con l’ago, e lui lo faceva smettere con grande maestria. Lo accarezzava e gli raccontava qualcosa che non potevo udire.”

I due si avvicinano mediante una serie di figuracce da parte di Cristina e momenti imbarazzanti, fino a quando qualcosa fra di loro cambia.

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“[…] non so come, ma mi ero messa in una situazione fastidiosa, non sapevo come uscirne; non avevo notato però che nel frattempo lui, silenzioso e circospetto, si era terribilmente avvicinato a me e, quando me ne accorsi, fu troppo tardi.
Ricordo un sapore dolce e tenero, quello delle sue labbra che sfioravano le mie con una delicatezza infinita. La mia mente si annebbiò del tutto. Potevo sentire il battito del mio cuore che pulsava nel petto a un ritmo incalzante.
[…] «Stavi cominciando a dire frasi senza senso. Non sapevo come fermarti.» disse. La sua voce era appena un sussurro.
«Ci sei riuscito bene però. Hai trovato un modo ineccepibile per bloccare il mio sproloquio.»”

Il loro sentimento cresce insieme alle difficoltà del posto, visto che gruppi di ribelli continuano a colpire tutti gli innocenti che capitino loro a tiro, in virtù dell’odio che provano per i muzungu, ovvero gli stranieri bianchi. Il panico si fa sentire sempre di più, tant’è che i colleghi di Cristina, autori in missione come lei, desiderano ardentemente rientrare in patria. Naturalmente la nostra protagonista non è dello stesso avviso e non si lascia sfuggire l’occasione di rimproverare il  loro egoismo.

“[…] Sapevamo che non saremmo andati in vacanza. Parliamo dell’Africa, una terra molto bella e affascinante, dove non regna solo la povertà e la miseria ma anche una popolazione desiderosa di riscatto e una cultura che vuole solo essere scoperta e accettata per quella che realmente è.

A nessuno piace che qualcuno arrivi in casa propria e detti leggi nuove. Forse a volte è difficile ammettere ciò che non si comprende: modi e stili di vita differenti. Forse volevo ancora essere ottimista nel mio cuore, forse…Chissà, c’era del bene che andava alimentato.”

Cristina è razionale e diretta, non fa mai troppi giri di parole ed è una caratteristica che ho apprezzato molto di lei. È anche una persona che sa stare al suo posto e rispettare gli spazi altrui, come dimostra con il suo amato dottor Weiss.
In seguito al bacio, infatti, segue una notte di passione durante la quale i due si amano ripetutamente, addormentandosi uno fra le braccia dell’altra. Questo sarà l’ultima occasione che Cristina avrà per abbandonarsi a lui, poiché nei giorni successivi Jonathan tende ad evitarla, fino al giorno in cui i ribelli irrompono nel villaggio e la sequestrano. In tale occasione è commovente il modo in cui lui cerca di difenderla, di trattenerla a sé, ma invano.

Da questo momento in avanti, non riuscirete più a staccarvi dalle pagine del romanzo, neanche volendo, perché sarete troppo assorbiti dalla vicenda in corso. La paura di Cristina sarà papabile e vi ritroverete in preda all’ansia che possa accaderle qualcosa di brutto, che i dissidenti le facciano del male. Conterete i giorni insieme a lei e con lei vi aggrapperete ai suoi ricordi felici nel folle tentativo di sopravvivere. Vi sembrerà di essere al suo fianco in quella cella, sospesi in una sorta di attesa che vi toglierà il respiro, fino a quando giungerà il giorno della sua liberazione. Sarete ansiosi di sapere che fine avrà fatto Jonathan, se sia vivo oppure no…

Non voglio raccontarvi altro, perché dovete assolutamente leggere questo romanzo: vi garantisco che ne varrà la pena. Non solo sarete travolti da una miriade di emozioni dalla prima all’ultima pagina, ma il finale…Beh, vi lascerà a dir poco di stucco. Io non me l’aspettavo proprio e sono rimasta con la bocca spalancata per cinque minuti buoni.

“Quell’amore portato dall’Africa” è un romanzo che si distingue nettamente dalla massa e che, pur narrando una storia d’amore, lo fa con modalità del tutto inusuali. Inoltre, la storia d’amore non è l’unica costante, non è prettamente in primo piano; lo è, sì, ma viene affiancata strettamente da tematiche ugualmente e forse più importanti: la profonda dedizione dei medici senza frontiere per la propria missione, le difficoltà di adattamento a realtà che si discostano dalla propria, la miseria, la fame, le guerriglie…Diciamo pure che al centro ci sono tutti questi temi, contornati e addolciti dalla bellissima storia d’amore fra Cristina e Jonathan. Il loro sentimento è fresco, tuttavia, proprio per le condizioni in cui è nato, si manifesta subito per quello che è: un amore vero, profondo, destinato a durare nel tempo, nonostante la distanza, nonostante le difficoltà…Ecco, perché, sebbene vengano divisi più e più volte dal fato, dai dissidenti e dalla vita, entrambi sono certi che l’amore che li lega non si affievolirà mai.

Insomma, non so più cosa dire per convincervi a leggere questo libro.
La scrittura fluida e scorrevole di Tiziana vi farà immergere in una realtà che vorrete toccare con malogo-1no. Patirete insieme a Cristina il mal d’Africa, desiderando tornarci insieme a lei.

Lasciatevi cullare da questa storia, chiudete gli occhi e immaginate di trovarvi sotto il sole cocente del magico e ignoto continente nero, circondati dalle risate spensierate dei bambini incuriositi dalla vostra presenza.

Tuttavia, mantenete alta l’attenzione, perché se c’è una cosa che questo romanzo ci insegna è che bisogna sempre bussare prima di entrare (in punta di piedi) in casa di altre persone e sarebbe gradito che non vi lamentiate se il pasto non è di vostro gradimento. Il rispetto prima di tutto.

É un libro estremamente piacevole, ma, al tempo stesso, costruttivo; lo consiglio vivamente perché, nonostante le tematiche non siano sempre allegre, si lascia leggere facilmente, grazie alla capacità dell’autrice di coinvolgere il lettore fin dalle primissime pagine.

Brava Tiziana, mi sei arrivata dritta al cuore.
Laura Z. ❤

Il mio giudizio:

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