Notting’s Mimosa!

Ciao Notters 🙂
Il mese di marzo sta finendo e ci troviamo oggi a condividere con voi l’ultimo racconto “Mimosa”. A farci compagnia oggi è una Grande dell’editoria italiana ed è con immensa emozione che vi presentiamo “All’ombra della Torre Cesarea” di Paola Picasso.

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ALL’OMBRA DELLA TORRE CESAREA

di
Paola Picasso

 

Dormivo e ho udito la tua voce chiamarmi. Sono corsa fuori e la luce del sole mi ha abbagliata.
Dove sei, amore mio?
La spiaggia di Torre Cesarea ha la forma di un arco profilato alle spalle da una corona di basse colline verdeggianti. Un gabbiano solitario volteggia sopra di me.
Onde leggere lambiscono la sabbia, accarezzan-dola con lenti sospiri. L’acqua quasi incolore ha la trasparenza del cristallo, ma allontanandosi dalla riva assume una colorazione azzurra che verso l’orizzonte diventa di un blu cobalto.
Era laggiù che volevamo arrivare, ricordi, Daniele? Tu per misurare la tua resistenza e allenarti in vista di una gara. Io perché fin da piccola, ti seguivo dovunque.
– Devi essere più autonoma, Marianna – mi dicevi. Avrai delle preferenze. Assecondale. Non devi vivere nella mia ombra.
Avrei potuto dirti che non avevo scelta. Un mollusco può vivere solo all’interno della sua conchiglia, protetto dalle sue valve, ma temevo che mi avresti derisa.
-Portami a vedere le antiche torri e raccontami dei Saraceni che nel XVI secolo volevano invadere la penisola Sorrentina – ti pregavo.
– Ancora? – protestavi tu, ridendo.
– Ancora. Mi piace vedere quei baluardi di pietre posti a difesa di questo territorio. Amo immergermi nella natura, amo i tronchi contorti degli ulivi che si oppongono al vento, i fiori selvatici, gli uccelli. La nostra terra è così magica che dovremmo esplorarne ogni angolo.
Tu scrollavi la testa ridendo e poi mi accontentavi perché era quello che desideravi fare.
– Ai piedi della torre Cesarea Daniele e io ci eravamo dati il primo bacio ed era là, alla sua ombra, che in seguito ci eravamo incontrati mille volte, consumandoci di baci e d’amore.
Nell’aria vibra ancora il suono delle nostre risate. Il vento lo ha racchiuso nelle grotte carsiche disseminate lungo la costa affinché non si disperdesse e ricordasse agli amanti smemorati di godere ogni istante perché la felicità non dura in eterno.

Dovevamo sposarci, Daniele e io. La data era stata fissata proprio per oggi, l’abito bianco era pronto. Una nuvola nella quale affondavo il viso, sognando. Lui si era laureato in geologia, lavorava e in quegli anni aveva costruito una casetta rustica sulla scogliera che piomba a picco nel Mare Adriatico. Sarebbe stato il nostro nido, una finestra sull’immensità.
E poi…Un mattino di un mese fa, Daniele ha inforcato la sua moto ed è andato a Lecce per comprarmi un regalo di nozze. Non ha fatto in tempo a sceglierlo. Un pirata della strada l’ha fermato per sempre.
Nello stesso istante io ho smesso di vivere e adesso, distrutta da un dolore che non cesserà mai, ho deciso di arrendermi.
Tu non ci sei più e io non voglio pensare al passato. I ricordi mi dilanierebbero. Meglio annegarli nel mare. Meglio, mille volte meglio non ascoltare il tuo richiamo.
Sento che m’implori, che preghi il vento d’impedirmi di avanzare, la nebbia di accecarmi, il mare di diventare cemento, ma non ti ascolto e m’immergo tra le onde.
Sto scappando dal futuro che ti ostini a offrirmi, dalle mille chimere che convochi intorno a me perché mi persuadano che un dolore, per quanto grande, non può spezzare la mia vita come la tua.
Non voglio più sperare in un futuro felice per poi torcermi dal dolore come un’alga strappata dal fondale.
Il sussurro delle Chimere m’insegue. – Sei giovane, Arianna, sei sana, sei bella. Il tuo corpo vibra, desidera e aspetta.
– No!- grido.- Non è vero. Sarebbe un sacrilegio.
– Senti la carezza del vento, il tepore del sole, il profumo del mare? E’ la vita scorre dentro di te. Non puoi negarlo.
Non posso e mi dispero. Vorrei essere inerte come un fossile. Vorrei non avere pensieri o desideri, ma li sento e mi odio perché il fiume di lacrime che ho versato non è valso a spezzare la presa del mio corpo che si aggrappa alla vita.
Mi tuffo e l’onda mi accoglie. Il suo abbraccio è delicato, un raso sottile che si lacera per poi avvolgermi. Nuoto con vigore verso la linea che separa il cielo dal mare. Vorrei dissolvermi nell’acqua, vorrei sparire come un granello di sabbia. La stanchezza mi attanaglia le membra, ma non mi fermo. Ormai la mia meta è vicina. Ancora uno sforzo e la raggiungerò.
Morire sarà dolce nel mio mare.
Il richiamo mi giunge improvviso. E’ forte, quasi imperioso. – Torna indietro, Marianna!
E’ lui, l’uomo che mi ha tanto amata e che vorrebbe salvarmi.
– Vivi per me, Arianna. la sua voce è un miele intriso di un veleno che m’intossica.
– No! – urla il mio cuore straziato. – Tu mi proponi un calvario e io non ho la forza di portare questa croce. Lasciami in pace, Daniele.
Amore mio, tu non lo sai ancora, ma il tuo corpo è una culla sacra – sussurra il vento con la tua voce. – Nel tuo ventre si sta formando nostro figlio. Se non vuoi vivere per me, se non vuoi vivere per te, vivi per lui. Permettimi di rinascere in lui.

Boccheggio. L’acqua salata mi entra in bocca, tenta d’invadermi i polmoni ma il mio corpo la rifiuta, espellendola. Un bambino! Il figlio di Daniele! Mi sembra di sentirlo fremere e urlare.
– Mamma, mamma, lascia che io nasca, che impari a conoscere e ad amare questo angolo di mondo così bello, che cammini dove tu e mio padre avete camminato, tenendovi per mano.
Mamma. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Non esiste richiamo più forte. Quella piccola voce ha un potere immenso, un potere a cui non posso sottrarmi.
Tento di nuotare, ma le mie braccia si ribellano. L’energia è fluita dalle mie membra. Sono un relitto trascinato dal moto ondoso, ma cerco di restare a galla. Non voglio più morire.
Lotto, ma sono impotente. Non posso che fluttuare e la corrente mi trascina a riva. Un’onda più forte mi fa rotolare sulla battigia e io mi fermo sulla rena che il sole ha già intiepidito.
Il gabbiano ruota sopra di me, poi punta verso la casetta sulla scogliera, emettendo un grido roco che il vento ripete all’infinito: – Grazie, Marianna.

Paola Picasso

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Che ne pensate? 🙂
Ditecelo votando il racconto e condividendo la storia di Paola!

Naty&Julie

 

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