A tu per tu con: Giuliana Guzzon!

Buondì Notters!

Dopo aver letto il suo romanzo e aver scalpitato per quel finale che mi ha lasciato a bocca aperta, ho avuto l’immenso piacere di scambiare quattro chiacchiere con Giuliana Guzzon sul suo capolavoro “Il cacciatore di libellule”.

Armatevi di curiosità e di qualche minuto per venire a scoprire i segreti di questa bravissima autrice!
Non ve ne pentirete, parola di Notters! 😉

divisorio

  1. Giuliana il tuo romanzo è un thriller molto intenso, particolare. Puoi raccontarci come è nato, se c’è qualcosa o qualcuno che ti ha aiutata nella sua elaborazione?

    Grazie per l’ospitalità e l’occasione di parlare del mio romanzo. Vi svelo che l’idea di scrivere un libro è maturata per una sfida lanciata da un mio amico che aveva letto tutti i miei testi precedenti; poesie e brevi racconti. Mi ha costretta. Facendomi promettere di scriverlo e terminarlo e siccome sono ambiziosa e mi piacciono le sfide, ho accettato ed eccomi qui con «Il cacciatore di libellule». Con l’adolescenza ho iniziato a provarunnamed.jpge curiosità per gli autori soprattutto americani e il genere che più aveva destato la mia curiosità era il romanzo thriller, di conseguenza ho seguito la mia passione. Come si dice, tutto è frutto del mio ingegno, basato su migliaia di libri letti e ricordando le mie preferenze per autore.
    Ma, ho cercato di creare una storia che fosse innovativa nel genere.  Ho dovuto leggere e assorbire un po’ di materiale, scartando tutti i modus operandi conosciuti, nella ricerca di qualcosa di originale e traumatico. Il romanzo giallo o thriller è molto particolare, si tratta di un genere nel quale ci sono dei vincoli molto stretti da rispettare. Ci vuole suspense, rimbalsi, false piste, degli indizi, un colpevole, un investigatore e la sorpresa deve arrivare all’ultimo momento. Tutti elementi necessari ma difficili da mettere su carta. Un lavoro che per me è durato 4 anni , più un quinto di editing.

  1. La scelta di narrare l’intera storia in terza persona fatta eccezione per l’assassino, l’unico protagonista “dotato di voce propria”, sicuramente apporta un valore aggiunto al romanzo. Perché questa scelta?

    Perché la narrazione in terza persona e al passato è quella che preferisco come lettura. Mentre, nella storia dei killer ho avuto un impatto emotivo molto forte nel leggere romanzi in cui era l’assassino a parlare di sé (es. American Psycho). Ho miscelato le due cose, pensando alla voce narrante come elemento aggiuntivo e alla voce del killer come presenza tangibile e diretta col lettore. Normalmente con la narrazione in prima persona  e al tempo presente, chi legge fa propria e condivide la psicosi dell’assassino e reagisce moralmente: dal disgusto, al distacco o forse al fascino. Il punto è che il lettore è obbligato a confrontare le sue emozioni.
  1. Per quanto riguarda i personaggi, sono tutti indispensabili; personalmente non potrei immaginare la stessa storia con un solo personaggio in meno! Qual è quello a cui sei più legata? E perché?

    Ho dato vita ad ognuno donando un pezzetto di cuore. Sicuramente la figura del killer mi ha assorbita maggiormente. La difficoltà necessaria è stata immergere me stessa in una mentalità malata, senza anima e calarmi nei panni di uno psicopatico. Una delle parti interessanti l’ho dedicata allo studio del profilo, alla ricerca delle psicosi e patologie e vi garantisco che ce ne sono davvero molte ed ognuna ha la sua caratteristica e delinea un diverso comportamento.

  1. Quello che personalmente mi ha colpita più di tutti, anche più dell’assassino, è Gabriel: un personaggio particolare, coraggioso, molto intelligente ma che al contempo non ha paura di mostrare il proprio lato “debole”. Cosa puoi dirci in più di lui?

    L’idea di inserire la figura di Gabriel Larsen è stata naturale. Dovendo ambientare in Africa e per l’esattezza in Kenya la maggior parte della storia, quale personaggio poteva collocarsi meglio di un antropologo? Ho dovuto fare delle ricerche e studio sulla materia prima di parlarne, di delinearne una carriera, un metodo di lavoro e renderlo importante e necessario. Gabriel rappresenta una parte della mia personalità e del rigore con cui sono cresciuta.

  1. Le parti del romanzo in cui è l’assassino a raccontare sono interessantissime, molto coinvolgenti. Immagino che, per scriverle, ti sia dovuta immedesimare, calare nella parte… Hai mai riscontrato difficoltà a questo proposito? Se sì, quali?

    Non la chiamerei difficoltà, ma studio. Come ho risposto sopra, ho trascorso un periodo di mesi impiegando il tempo alla ricerca e alienandomi dal libro. Individuando comportamenti  e psicosi distruttive e violente. Prendendo appunti (io scrivo tutto a mano) e metabilizzando, per poi calarmi in una mente disturbata. Nella mente di una personalità perversa, sadica e schizofrenica. Non ho riscontrato difficoltà particolari, la psicologia e psicoanalisi mi ha sempre affascinata e attratta e in questo caso mi sono estesa anche nella criminologia. Delineare e creare questo personaggio mi ha appassionata . Ogni elemento ha messo in moto il mio processo mentale rivolto a cercare nella materialità la situazione che volevo creare, ho cercato di rendere forte e vivo il potenziale del personaggio. . (Naturalmente si parla di fantasia perché il reale orrore lascia senz’altro terrorizzati e sgomenti).

  1. Personalmente ho apprezzato che in “Il cacciatore di libellule” tu abbia dato spazio anche all’amore. Come mai questa scelta? Cosa ti ha indotto ad avere questa necessità?

    Anche l’amore è qualcosa di unico che cattura. E non ci sono storie senza sentimento. Se fosse qualcosa calato nella realtà, l’amore ne farebbe parte, ruoterebbe intorno alle vite e vicissitudini. Credo che  scrivendo un libro thriller non si deve tralasciare nulla e sia doveroso concedere al lettore un rilascio di tensione, lasciargli ascoltare il battito di un cuore e portarlo a sognare.

  1. Ho letto dalla tua biografia che sei un agente di viaggio. Le ambientazioni del racconto, derivano forse proprio da questo o hai scelto di impostare la storia in Kenya per altri motivi?

    Sì, esatto, sono un agente di viaggio, ma questo non è il motivo della scelta della location. Faccio un passo indietro e vi parlo del mio amico Gabriele (non vi dice niente?), che ha preteso il giuramento di scrivere un intero romanzo. Un incontro casuale  e fortunato alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze (abitavo in zona quando ho iniziato la prima bozza del libro).  Eurostar (2009) in ritardo di due ore e, in coda al servizio clienti abbiamo fatto amicizia. Lui stava andando a Malpensa , aveva il volo per il Kenya.  Al suo ritorno è nata una grande amicizia e mi ha fatta sognare con tutti i racconti e le descrizioni di questa splendida, ma anche dura terra dei Masai. Il Kenya mi è sembrato il posto più bello per turbare le coscienze.

  1. Come sei arrivata dal progettare e costruire vetrate a scrivere poesie e, infine, a scrivere romanzi?

    Devo invertire l’ordine. Prima è arrivata la scrittura; la poesia. Mio nonno materno si è occupato della mia educazione e mi ha seguita nelle tappe fondamentali della vita. Lo ricordo con molto affetto mentre mi leggeva alla sera, soprattutto d’inverno davanti al camino, i testi di mitologia greca al posto delle comuni fiabe che si raccontano solitamente ad una bimba di sette anni. La letteratura faceva parte del mio percorso formativo ed è certamente grazie a lui se ho iniziato e continuato a scrivere. La mitologia greca ha un suo fascino indiscusso e ai miei occhi è apparsa subito come una grande fantastica avventura. Il passaggio dalla letteratura greca ai classici del ‘200/300, fino all’800, è stato molto breve.

    A nove anni scrivevo i primi versi, avevo bisogno di sentire mio un mondo che ancora non mi apparteneva. Poi crescendo, tutti gli elementi esterni alla organizzazione della struttura verbale hanno via via acquisito importanza, per poi prendere spazio nella mia espressione e fantasia individuale.

    Il mio secondo amore; il vetro. Capitai su un bando europeo abbinato al Liceo Artistico della città di Novara (avevo già 32 anni). L’accettazione era a numero chiuso. Si trattava di una scuola per diventare maestro d’arte per la lavorazione delle vetrate in piombo con la tecnica del ‘400. Io dipingevo già da tempo, ma qui si trattava di tagliare, piombare, saldare e stuccare. Entrai nella selezione e così iniziai anche questo percorso. Come sono arrivata al romanzo? Fate qualche passo indietro.

  1. Le tue poesie sono di genere gotico, il tuo primo romanzo di genere thriller. Cosa ti affascina di questi due mondi per così dire “oscuri” e “pericolosi”?

    Tutto! Tutto quello che non è spiegabile con la logica o lo è solo in parte. Crescendo con gli insegnamenti classici mi sono affezionata a figure mitologiche. Con le letture successive di Poe  e di romanzi thriller, sono entrata in una dimensione stimolante. Ho sempre provato attrazione per i cimiteri monumentali  e creato con la fantasia figure e personaggi fantastici e surreali. Qualcuno potrebbe chiamarla alienazione, ma io preferisco definirlo il mio mondo parallelo.

  2. L’ultima curiosità: nel tuo secondo romanzo ci sarà sempre lui, il cacciatore di    libellule. Puoi darci qualche informazione in più? La curiosità mi sta divorando!

    Dunque! Posso dirvi che cambia la location, che sarà meravigliosa quanto la prima e che… il cacciatore di libellule avrà qualche problemino…
    Saluto e ringrazio tutti quelli che si sono armati di pazienza per leggere sia l’intervista, sia il libro e ringrazio coloro che mi hanno regalato un pensiero, una frase dopo la lettura di “Il cacciatore di libellule”, perché mi hanno resa felice e appagata per un duro lavoro svolto. Grazie!… e non dimenticate…

“La Fantasia
è il luogo dove il sogno
sa d’immortale ed eterno”.


 Giuliana Guzzon

Grazie Giuliana per questa bellissima chiacchierata e per aver dedicato a Notting Hill Books un po’ del tuo tempo! 🙂

Edna.

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